Conosciuto come «Il Doge» , 37 anni di carcere, 12 in isolamento… ora vede nella Vergine la madre delle sue vittime

Aggiornamento: 21 ago

Giampaolo Manca (classe 1954) è stato uno dei capi della Mala del Brenta, la mafia della sua regione d’origine, il Veneto. Conosciuto come Il Doge, ha trascorso quasi 37 anni in carcere, dodici dei quali in isolamento.
A condurlo, verso una condotta malavitosa contribuì la violenza di suo padre; ora, a distanza di tempo, dice di essere «grato a Dio» che il suo unico figlio, Armando, sia una persona onesta: «Non ha intrapreso la strada del crimine per emulare me… ed è una persona meravigliosa», afferma con soddisfazione, anche perché Armando gli ha dato un nipote.
Già la rivista RollingStone aveva dedicato un articolo riguardante la sua conversione morale e religiosa, raccontata sia in alcuni libri sia in un film intitolato Il Doge: un ritratto della redenzione (2025).

In una recente intervista, Manca confessa di aver «espiato la pena» in carcere, ma di convivere ancora con «enormi rimorsi». Tra questi ci sono quelli legati al denaro che ottenne in grande quantità attraverso il traffico di droga, il gioco d’azzardo illegale e le rapine in banca. Riconosce persino che l’«adrenalina delle azioni criminali», cioè l’emozione e il rischio che comportavano, era arrivata a trasformarsi in una vera e propria «malattia».
Il demonio come tentatore
Chi lo guidava? Manca non ha dubbi e lo confessa a MangiaLibri:
«La mia vita è stata un vero inferno e solo il diavolo può avermi guidato nelle mie azioni infami. Vorrei chiarire che il vero inferno, per me, non sono stati i quasi quarant’anni di carcere, come molti erroneamente credono, bensì la mia vita criminale. Il diavolo è stato un complice assoluto delle mie cattive azioni, ma oggi, grazie all’aiuto di Dio, posso dire di essere riuscito a sconfiggerlo. Così ho lasciato l’inferno alle mie spalle».
La promessa della conversione
«Chi l’ha salvata?», gli ha chiesto Il Corriere della Sera nell’edizione del Veneto. E lui non ha esitato a rispondere: «La fede».
Una fede legata alla guarigione di due persone a lui care, come racconta:
«Pregavo perché mio padre, che era in coma, non morisse. Avevamo avuto un rapporto pessimo, ma gli volevo molto bene e Dio ascoltò le mie preghiere. Le ascoltò anche quando pregai per mio fratello, che stava male. Una volta ottenuti questi due desideri, mi sono messo nelle mani di Dio ed è stata la mia salvezza».
Le condizioni del suo gemello Fabio erano molto gravi: tre ictus e due tumori. Giampaolo si trovava già in carcere e dimostrò quanto gli fosse legato:
«Pregavo Dio: “Se lo guarisci, ti prometto che cambierò”… Se lui non si fosse salvato, non so se sarei cambiato».

Di certo, l’ ex mafioso mantenne la sua promessa.
E a questa promessa ha fatto seguito un’altra «terapia molto dolorosa», come lui stesso la definisce parlando della stesura dei suoi libri. È una terapia dolorosa perché ha dovuto «ricordare tutti i fatti raccontati», compresi quelli che riguardano la sua partecipazione a omicidi.
«Ogni giorno vivo il rimorso».
Ma ha accettato quel dolore:
«Era necessario per il mio percorso… E sarei felice se la mia esperienza potesse servire agli altri per fare esattamente il contrario di ciò che ho fatto io».
Trovarsi davanti allo specchio rappresentato dal racconto della propria vita gli ha fatto «molto male», ammette:
«Ma allo stesso tempo mi ha curato. So che Dio mi ha aiutato in questo progetto e continua a farlo».
E cosa fare di fronte a questo aiuto di Dio? La sua risposta è spirituale:
«Dio ci ha creati con amore… e quando dai amore, l’unica cosa che può accadere è che tu lo riceva a tua volta».
Lo stesso Manca ha raccontato ad Alex Iuliano in una recente intervista a iMiTV, come vive oggi il suo pentimento:
«Oggi sono stato nel carcere di Rimini ( non più come detenuto, ma per parlare di Dio ai detenuti ) . Sono entrato in chiesa per la messa e alla mia destra avevo la crocifissione di Gesù. Sua madre, la Vergine Maria, piangeva ai piedi di suo figlio. In quel momento ho visto nella Vergine la Madre delle mie vittime. Per me ha avuto un significato enorme, perché sono un nuovo Paolo di Tarso. Pensi che prima della mia conversione mi sarebbe venuta in mente una cosa del genere? Assolutamente no».



