


LA VITA RINASCE. E’ QUI L’inverno è stagione che definiamo “morta”, ma che in realtà custodisce un mistero. Animali in letargo, piante che assottigliano la propria attività, strategie protettrici... È una vita segreta e latente che al momento giusto vedremo manifestarsi, quando le gemme si distendono, il seme libera il germoglio che spacca la terra, una forza insospettata. E la vita si mostra. Questa vita della natura è resa da Gesù in tante espressioni che troviamo nel Vangelo: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26) e ancora: «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano» (Mt 6,28). Una sorta di esortazione ad affidarsi al Signore, il quale conosce il segreto della vita e ciò di cui abbiamo bisogno. Liberazione dall’affanno dei giorni. Ma possiamo trovare un ulteriore significato che ha a che fare anche con il nostro agire, una nostra operosità buona e positiva, non convulsa. Vi è un’altra esortazione, poco più avanti: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). È come se le Scritture dicessero che la nostra vita conosce molti inverni. La fatica, la stanchezza o la preoccupazione ci fanno vivere male, oppressi. Così lo sgomento dell’ingiustizia presente nel mondo, di una vita che non pare più vita. Ma Dio si affaccia su questo mondo, la vita irrompe nella nostra storia, può essere riparata la paura, la promessa ci ha raggiunto una volta per sempre. Non si ritira l’amore di Dio: è questo che tiene insieme il mondo. Non siamo autorizzati a nessuna passività, a nessun immobilismo, in attesa che tutto capiti. C’è un’attesa come quella dell’inverno, operosa per noi di opere di giustizia. La vita è questo servire la vita che ci è data; con il nostro agire facciamo accadere la promessa. Come in primavera la vita rinasce piccola, un poco alla volta nel tempo, un rinascere che si deve scoprire, cercare attorno a noi, nei nostri paesi. Rinasce nella pazienza dei rapporti che riparano l’ingiustizia, nella resistenza tranquilla e imperterrita di chi sa che tutto dobbiamo fare ma tutto è, come dire, garantito. La vita è servizio alla vita che ha una sua autonoma energia di affermazione. Non c’è niente di facile oggi, ma questo seguire la vita, la primavera, e accompagnarla è una gioia che ci viene offerta. Lasciare essere la vita. Accompagnarla. Affidarla. Leggerezza. Il Regno di Dio è qui, è la buona novella. La primavera è qui. La vita è qui. d.Pietro

DIO TESSITORE DI UMANITA’ «Tessere la pace». Un’espressione più bella rispetto a «costruire la pace». Il Salmo 139 al versetto 13 dice: «Mi hai intessuto nel seno di mia madre». È Dio che fa questo mestiere “da donne” e lo fa nell’atto della creazione, nell’atto di dare la vita a ciascuno. Proprio me, ha intessuto: io sono il frutto del Suo lavoro di tessitura. Oggi non sappiamo più dove e come avviene la tessitura: la fanno le macchine. Oggi tessere a mano è diventato carattere distintivo di creazioni (la moda le chiama proprio così) di qualità. “Tessuto a mano” significa prezioso, unico, addirittura pensato e ideato da qualche artista o tramandato, eredità custodita dentro la famiglia. Tessere è un’arte. Viene tramandata e non la si impara da soli. Bisogna trovare un maestro o una maestra, generosi, disposti a condividere il segreto di gesti unici in una relazione generativa. Consiste nel tenere insieme tanti fili e nel portarli a costruire una trama, qualcosa di nuovo, del tutto nuovo. Chiede la pazienza dell’attesa. Non c’è stoffa o tappeto che siano pronti in un click. Portano in sé la sapienza della tradizione e si aprono al futuro. Tessere mi fa pensare alla famiglia, alle relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno. Anzitutto tra i coniugi: mai scontate, da approfondire anzitutto nel dialogo sincero e profondo. Poi tra genitori e figli in quella trama di indicazioni educative che tendono a valorizzare l’altro/a, a volere la sua crescita come uomo/donna. Ma anche tra figli e genitori in un crescendo di consapevolezza e condivisione di responsabilità. Il 27 ottobre 2025, papa Leone XIV ha firmato la Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, testo che si inserisce nella linea di quel patto educativo globale già lanciato da papa Francesco per «ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione». Così scrive: «Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale. I suoi sette percorsi restano la nostra base: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune» (10.1). «L’educazione è una delle espressioni più alte della carità cristiana» (Dilexi te), da cui non si può prescindere. L’educazione abbia nel suo Dna una vocazione alla «coralità», perché «nessuno educa da solo. La comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo “noi” impedisce che l’acqua ristagni nella palude del “si è sempre fatto così” e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare». Tessere… d.Pietro

ESSERE o DIVENTARE FRATELLI ? È «la fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali». Questo hanno scritto papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comuni. Non c’è niente di facile e di scontato nell’essere fratelli. Non ci si sceglie, come tutte le relazioni della vita. Da Caino e Abele in poi la storia - anche biblica - ce lo ricorda. Gli amici si scelgono, si possono lasciare, ci si può allontanare. I fratelli ci sono e se le cose non vanno bene non si può rinnegare la fratellanza: ci si può ignorare, ma si resta fratelli e sorelle. La storia e la letteratura ci raccontano come sia devastante non imparare a vivere in serenità tra fratelli; le guerre fratricide sono quelle più sanguinose. L’esperienza dell’essere fratelli è in qualche modo “fondativa” del nostro essere persone. Quando arriva un fratellino o una sorellina in una famiglia si impara che l’abbraccio si allarga, l’amore non si divide né si assottiglia. L’amore non è un possesso: è dato, non accaparrato o carpito. L’esser fratelli dà la fondamentale esperienza del limite: non tutto il tempo dei genitori è per me, anzi, il fratellino o la sorellina più piccolo/a chiede quasi tutta l’attenzione per settimane, mesi, anni. Si sperimenta anche che c’è una mano da tenere e si può essere grandi e responsabili per qualcuno. Si impara che i litigi possono non essere per sempre, che i giocattoli vanno chiesti e non arraffati, che gli spazi vanno condivisi e che insieme è bello anche se non è sempre semplice. E si impara che non siamo Dio, che anche i genitori non sono Dio, perché nel dividersi tra i figli a volte fanno bene e intuiscono chi ha più bisogno e chi meno, altre volte sbagliano proprio alla grande, tradendo un bisogno. Allora si impara che sbagliare è di tutti, l’importante è non farlo troppo; più importante è riconoscerlo e ripartire. Un mondo di figli unici come il nostro ha bisogno che gli venga ricordato che è necessario coltivare esperienze di fratellanza e che né da figli, né da studenti, né da coniugi, né da uomini/donne impegnati in società o in politica possiamo cedere alla tentazione di sentirci Dio. d.Pietro

LA SPERANZA E’ LA RISONANZA DEL BENE Papa Leone ha chiuso l’anno del Giubileo. Ma abbiamo davvero accolto l’invito a fare della speranza il senso del nostro procedere? Riporto alcune considerazioni di Paolo Foglizzo e Mauro Magatti. C’è confusione attorno alla speranza. Il linguaggio di tutti sembra averla ridotta a un generico auspicio che le cose vadano per il verso giusto, in virtù di una qualche forma di buona sorte. Sperare è invece esperienza umana che permette di attraversare tempi di oscurità continuando a camminare verso un futuro di maggiore pienezza, anche quando non è garantito di poterlo raggiungere, liberandoci dal blocco generato dalla paura. Il male può attrarre, sedurre, affascinare... a volte si presenta sotto mentite spoglie, ma la risonanza del bene è più nitida. La speranza è un riflesso di questa risonanza. Il bene è capace di attraversare anche ciò che è inospitale all’umano. La bellezza ci attira e ci apre una via. Il bene è più forte del male e la vita è più forte della morte. Si tratta di una sapienza della vita, di un “sapore dell’esistenza” che va oltre la logica e tocca la parte più profonda di noi. La speranza è ciò che ci rende capaci di guardare oltre la realtà visibile. È capace di immaginare ciò che ancora non esiste, di vedere quello che non c’è, di convincere che il possibile ha sempre una porta aperta verso l’impossibile. Ed è proprio questo impossibile a rivelarsi come il vero spazio della vita. Pensiamo a un bambino che impara a camminare. È incerto, traballante, ma dentro di sé ha un istinto profondo, una memoria biologica che lo spinge a provare. È incoraggiato dal vedere gli adulti che ama – i genitori, i nonni – camminare con sicurezza. Si alza in piedi pieno di speranza di essere come loro. Lo sa e insieme non lo sa, e così si lancia verso ciò che non conosce. Ogni suo passo è un atto di affidamento a quel futuro che spera: solleva la gamba, si regge in equilibrio sull’altra e butta il piede in avanti nel vuoto, sperando di trovare una superficie solida su cui appoggiarsi. Non sa se quella iniziativa andrà a finire bene, ma agisce come se lo sapesse. Proprio per questo riesce a far accadere, ancora una volta, il miracolo del camminare. Questi anni sono segnati dal crollo della speranza, una stagione in cui prevalgono la rabbia, l’odio, la disperazione. L’ossessione contemporanea per la sicurezza spegne la speranza, riducendo la vita a sopravvivenza biologica individuale. Cercare sicurezza è rincorrere il mito del “rischio zero”. Ma senza rischiare non si vive e senza speranza non si rischia. Solo chi spera può rischiare, guardare in faccia la morte per amore della vita. L’indebolimento della trascendenza, religiosa e politica, consegna il nostro futuro alla sola innovazione tecnologica, che alla fine sequestra l’idea stessa di speranza. In questo senso, possiamo ben dire che viviamo in un tempo “diabolico”, in cui la promessa dell’autorealizzazione individuale ci condanna a non credere più a nulla. La speranza è una promessa: si può respirare con la fiducia di una pienezza che ci aspetta. Si chiama salvezza ed è ben diversa dalla sicurezza. La speranza è una visione, cioè un desiderio. Vanno immaginati nuovi modi di esprimere e dare forma alla spinta dell’essere umano a trascendersi, centrati sulla nostra capacità creativa e sulla nostra responsabilità nei confronti delle relazioni che allacciamo con il mondo. Si tratta di un desiderio generativo, capace di rinnovare le forme organizzative, istituzionali, culturali. La speranza è una virtù, non un generico afflato emotivo. Per questo, esige il coraggio e la capacità di resistere e di combattere contro le difficoltà. La via della speranza è irta di sfide. Cambiare lo stato di fatto, lottare contro le ingiustizie, abbattere i muri sono tutti movimenti complessi che fioriscono solo grazie ad essa. La speranza, infine, è una costruzione. Non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle. Non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper fare, un saper vivere, un saper pensare, insieme alla capacità di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Chi si muove sulla spinta della speranza, sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa, ma nel processo cui si dà inizio, e nel cammino che, camminando, si apre. Sostenuti dalla speranza, apriamo i nostri orizzonti. d. Pietro

LA PACE SIA CON TUTTI VOI Verso una pace disarmata e disarmante MESSAGGIO PER LA 59^ GIORNATA MONDIALE DELLA PACE È una pace «umile e perseverante» quella che papa Leone implora per questo mondo in cui per raggiungere la stessa pace si fa la guerra; in cui «si arriva a considerare una colpa» il fatto che non ci si prepari abbastanza «a reagire agli attacchi» e «a rispondere alle violenze», è una logica «contrappositiva» che va «molto al di là del principio di legittima difesa». Un mondo in cui le spese militari sono aumentate del 9,4%; in cui il rapporto tra i popoli è basato su paura e dominio; in cui si benedice il nazionalismo e si giustifica «religiosamente la violenza e la lotta armata». Un’analisi cruda nel suo realismo, ma al contempo confortante per la speranza che la permea. Leone esorta i credenti a vigilare «sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». Chiede di «coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture». Mediante «una creatività pastorale attenta e generativa», occorre «mostrare che la pace non è un’utopia». «Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica» «È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». Non bisogna dimenticare l’importanza del dialogo, che significa non distruggere i «ponti» e non insistere «col registro del rimprovero», ma piuttosto privilegiare «la via dell’ascolto» e, per quanto possibile, «dell’incontro con le ragioni altrui». Sant’Agostino afferma che «Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”»: «La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”». Il Papa rivolge infine un pensiero agli operatori e alle operatrici di pace: «Apriamoci alla pace!». «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata». I cristiani «memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici», si facciano «profeticamente testimoni» della pace di Cristo risorto che «è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali». Invita a «unire gli sforzi» e «avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse». d.Pietro

ANDIAMO FINO A BETLEMME Andiamo fino a Betlem, come i pastori. L'importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest'anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle. E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza. Tonino Bello

«MA ESSA NON CADDE» I segni di una crisi sono dentro la società: per affrontarli bisogna chiamarli per nome. Fedele ad Ambrogio, il vescovo Mario ha parlato chiaro nel discorso alla Città (06/12), magari infastidendo qualcuno. Ambrogio non era un tipo accomodante e, nel tempo in cui si facevano nitidi i segnali di crisi dell’Impero romano, non esitò ad appellarsi alle “virtù dei suoi cittadini”. Così il suo successore ha usato immagini potenti: «L’impressione del crollo imminente di una civiltà, della rovina disastrosa di una città» che evocano l’evangelica casa minacciata da ogni sorta di insidia. Ma «veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato»? Questi i “segnali allarmanti”: anzitutto «la generazione adulta» che «non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti» inducendo così «panico, rabbia, fuga, violenza, solitudine», perché «la mancanza di speranza e di motivazioni genera sfiducia e smarrimento», persino «paura della vita». Così la piaga di giovani che «si isolano, si arrendono», con «genitori, insegnanti, educatori che sono angosciati per la loro impotenza di fronte a giovani che non si sa come aiutare». Non meno reale è il dato di «chi cerca casa in città» e «si vede chiudere le porte in faccia» da una metropoli che sembra «non voglia cittadini». Poi «le crepe preoccupanti del sistema sanitario», la «situazione delle carceri» e il «capitalismo malato» che rende la città «appetibile per chi ha molto denaro da investire» (o «da riciclare») spargendo il virus dell’«indifferenza», della «paura» e dell’«avidità», col diffondersi di una «ricchezza disonesta» che «deruba i poveri della loro dignità». Da questa analisi che chiama per nome le «crepe che minacciano la stabilità della casa comune» nasce una parola credibile di fiducia: l’invito è a «farsi avanti» per prendersi la propria parte di responsabilità nella costruzione del futuro e non essere complici di una parte del «crollo». Sposi e pubblici amministratori, educatori e professionisti, imprenditori, politici, giovani. E gente comune che riconosce che «occorre partire da sé, prima che dagli altri. Ogni giorno cerco di fare il mio dovere, in casa, sul lavoro, nella società. Provo fastidio quando respiro quel clima deprimente che prende la parola per lamentarsi, per accusare, per screditare persone e istituzioni. Cerco di fare il mio dovere di cittadino, onesto sul lavoro, affidabile in famiglia. Sento responsabilità per il mondo in cui abito. Sono convinto che la città è sicura, il paese è sicuro se i cittadini comuni come me l’abitano con senso di responsabilità senza chiudersi in un privato rassicurante e indifferente a quello che si muove intorno… Pago le tasse e so che quello che è dovuto è necessario per una città e un paese ben organizzati, per rendere accessibili a tutti i servizi necessari. Per questo sono sdegnato per gli sperperi del denaro pubblico e la corruzione». La casa non cadde – conclude Delpini – perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile... Ci siete voi, e io vi ringrazio». d.Pietro

GESU’ E’ IL VERO DONO Arriva il tempo delle feste e sempre più la spiritualità del Natale è “sostituita” da luci, un’atmosfera ovattata, ma soprattutto di regali. Troppi. Un Natale consumistico. Specialmente in Europa è in atto una specie di “snaturamento” del Natale: in nome di un falso rispetto che non è cristiano, che spesso nasconde la volontà di emarginare la fede, si elimina dalla festa ogni riferimento alla nascita di Gesù. Senza Gesù non c’è Natale; c’è un’altra festa, ma non il Natale. Se al centro c’è Lui, anche tutto il contorno - cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici - tutto concorre a creare l’atmosfera della festa. Se togliamo Lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente. Ancora oggi assistiamo al fatto che spesso l’umanità preferisce il buio perché sa che la luce svelerebbe tutte quelle azioni e quei pensieri che farebbero arrossire o rimordere la coscienza. Così si preferisce rimanere nel buio e non sconvolgere le proprie abitudini sbagliate. Gesù è “il dono di Dio per noi” e, se lo accogliamo, anche noi possiamo “essere dono di Dio per gli altri”, prima di tutto per coloro che non hanno mai sperimentato attenzione e tenerezza, i piccoli e gli esclusi. Chiediamoci: cosa significa “accogliere il dono di Dio che è Gesù”, cioè diventare quotidianamente “un dono gratuito per coloro che si incontrano sulla propria strada”? Per questo a Natale si scambiano i doni. Il vero dono per noi è Gesù e così vogliamo essere dono per gli altri. I doni sono un “segno” dell’atteggiamento insegnatoci da Gesù che, inviato dal Padre è stato dono per noi. Un tempo il periodo natalizio era l’unico in cui si aspettava arrivasse qualcosa. Per tanti cominciava il 13 dicembre con santa Lucia, seguiva il 25 con Gesù Bambino (Babbo Natale se ne stava ancora negli Stati Uniti) e si concludeva il 6 gennaio con i Re Magi (la Befana non volava fin da noi). Oggi il mondo è cambiato. I bambini sono sommersi da regali in ogni momento dell’anno e neanche riescono ad apprezzarli. È utile soffocare i bambini con mucchi di giochi? Le ricerche su questo versante sono inequivocabili: quelli che dispongono di troppi giocattoli rischiano una sorta di spegnimento creativo, ossia una forma di interferenza nella loro stessa capacità di giocare perché, come dice anche il proverbio, «il troppo, stroppia». Viceversa, una misura più essenziale di giocattoli permette ai piccoli di sviluppare una maggior creatività, dandosi da fare per tirar fuori il molto dal poco. Se un regalo va fatto in questo periodo dell’anno sia almeno educativo, capace di sviluppare le risorse personali e faccia giocare assieme (i giochi tecnologici spingono all’individualismo a differenza dei giochi di società che, necessitando di più partecipanti, favoriscono la condivisione con fratelli e sorelle o con amici invitati a casa). Come credenti vogliamo prepararci al Natale aprendo la mente e il cuore ad accogliere la Grazia, perché Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere “dono di salvezza”: “Dio non ama a parole”, ma il suo amore lo porta ad abbracciare la nostra debolezza e la nostra condizione umana per sollevarci alla dignità filiale perduta. d.Pietro

CREDERE ALL’ AVVENTO Nel tempo dell’Avvento siamo disposti ad accogliere e attendere Gesù? Una domanda impegnativa e per nulla retorica che vuole mettere in moto la nostra fede e la nostra relazione con Cristo già venuto, che verrà e che vuole nascere nel cuore e nella coscienza reale di ciascuno. Credere all’Avvento significa vivere con intensità queste settimane, con l’accortezza di non ridurle a una semplice preparazione al Natale ma come un itinerario di adesione al mistero di Dio che viene a visitarci e a interpellarci perché sia accolto in noi. In questo anno santo del Giubileo si ricorda anche il 1700° anniversario del primo concilio ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, e stilò il Credo che ancora oggi recitiamo nella santa Messa domenicale. Il concilio fu convocato per risolvere la controversia nata dalla dottrina di Ario, un prete libico che negava la piena divinità di Cristo. A Nicea la posizione ariana venne condannata. Per questo il Credo recita che il Figlio è homooúsios, ovvero “della stessa sostanza” del Padre. Può sembrare una questione remota e per “addetti ai lavori” teologici ma non è così. Oggi viviamo, specie in Occidente, un tempo di post-secolarizzazione e di crescente scristianizzazione. Ci accorgiamo tutti di essere immersi in una cruenta guerra spirituale, le cui immagini e notizie non vengono trasmesse dai telegiornali ma dalla voce autorevole della Chiesa e dalla testimonianza di tanti martiri e santi della contemporaneità. Già negli anni novanta, l’allora cardinale Joseph Ratzinger parlò di un «nuovo arianesimo» e lo stesso Leone XIV, appena eletto, ha spiegato che anche oggi “non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo”, e questo “anche tra molti battezzati”, fino a parlare di “ateismo di fatto”. La domanda sulla nostra fede in Gesù ce la dobbiamo porre per capire a che punto siamo e quali passi occorre compiere per vivere la fede oggi e poterla trasmettere, nella sua bellezza e interezza, ai giovani che abbiamo accanto. Il Credo che compie 1700 anni, possa essere riscoperto come quella preghiera che ci pone in relazione personale con il Signore e nello stesso tempo in comunione con tutta la Chiesa, che insieme professa, ama e testimonia l’appartenenza a un Dio rivelato e che ha preso dimora tra noi. d. Valentino

SENTINELLE DELL’AVVENTO Essere sentinelle. Una parola bellica, forse troppo bellica per essere una buona parola, soprattutto in questi tempi. Ma c’è nella Bibbia. Al profeta Ezechiele il Signore dice: «Figlio dell’uomo, io ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele» (Ez 3,16). Il pensiero va alla terra da difendere, alla fede nell’unico Dio (oggi la chiameremmo identità religiosa) da testimoniare con energia davanti ai politeismi dei popoli circostanti, secolarizzazione, laicismo, religioni e civiltà ostili. Immagino queste sentinelle bibliche disposte lungo il confine o sui camminamenti di alte mura che ancora si ammirano nei viaggi da turisti, gli occhi fissi all’orizzonte, pronte a riconoscere il nemico, a lanciare il grido d’allarme, a chiamare a raccolta, a organizzare truppe pronte alla guerra. Eppure il Signore chiarisce in modo inequivocabile a Ezechiele il suo compito verso gli israeliti: «Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia» (Ez 3,17). Queste parole restituiscono l’immagine sorprendente e chiarissima di una conversione - nel senso etimologico ed evangelico del termine - un volgersi, girarsi, un cambiare direzione del corpo e dello sguardo. Il Signore convoca sentinelle che guardano dentro la città e portano la sua parola. Non si tratta di cercare nemici esterni o interni, ma di tenere ogni giorno il filo del rapporto con Dio, che non è scontato neppure per i credenti, perché la parola, dice subito dopo il Signore, va rivolta ai malvagi e anche ai giusti. La sentinella ha gli occhi saldi a Dio, per renderlo presente al popolo. Se leggiamo il Salmo 46 ci accorgiamo che è costruito con immagini potenti: la terra può essere sconvolta, le acque possono sollevarsi, schiumare e far tremare i monti, ma il Signore è per noi «rifugio e forza». Da sempre il Signore è qui per noi. Questo ci permette di vivere giorni difficili, anche terribili, ma mai disperati. La rocca non è quella che abbiamo costruito con le nostre mani, pietre che per quanto siano grandi possono un giorno essere abbattute, ma è la fede in un Dio che ci avvolge della sua promessa. Se abitiamo all’ombra di questa rocca, noi possiamo respirare, essere liberi dalla paura. Il nemico vero è dentro di noi, è il nostro essere egoisti, autocentrati, il nostro essere avidi, gente che arraffa. Abbiamo paura di perdere il troppo che abbiamo. Nostro bene - lo ricorda il profeta - non è aver scorto e abbattuto il nemico straniero, ateo, secolarizzato, avere alzato muri, gridato all’armi ed essere uscito vincitore. È aver teso l’orecchio alla Parola di Dio e averla annunciata: questo dice il Signore a Ezechiele. È bellissima l’immagine della biblica sentinella. In Avvento siamo chiamati ad essere sentinelle per cogliere la presenza del Signore. Buon cammino... in attesa sua Venuta nel quotidiano.

SQUARCI DI LUCE IN TEMPI OSCURI La Chiesa in “Missione” è segno di Speranza. Ritiri spirituali mensili di don Pietro presso Casa Don Guanella – Barza d'Ispra (Va): ℡ 0332 783111 barza.reception@guanelliani.it

In AVVENTO ci aiutano ad accogliere la “visita” del Signore: - la preghiera quotidiana in casa, in famiglia - il libretto “Vieni, o Signore, la terra ti attende. Alleluia!” (in vendita in chiesa) - «Il kaire di Avvento» con il Vescovo Mario: su www.chiesadimilano.it, YouTube, Facebook dalle 7 del mattino, su Radio Marconi alle 20.20, su Telenova (canale 18 dt) da lunedì a venerdì in coda al telegiornale, ovvero verso le 19.35, al sabato e alla domenica alle 19 (in replica tutti i giorni nel corso della trasmissione «Buonanotte… in preghiera») - un impegno settimanale: Cerco nella mia storia i segni della venuta del Signore e ne faccio memoria grata - un gesto caritativo di condivisione: sarà sostenuto il progetto “Terra Santa: Speranza tra le macerie” tramite Caritas Ambrosiana. Nonostante le immense sfide umanitarie ed economiche sia a Gaza che in Cisgiordania, Caritas Gerusalemme continua a fornire assistenza sanitaria di base, sostegno psicologico e psicosociale e assistenza umanitaria di emergenza, garantendo così una presenza costante di speranza e solidarietà in tutta la Terra Santa. - Raccoglieremo anche Olio per le famiglie bisognose della CP