Fra rapine e un sequestro mancato: la conversione sorprendente di un ex calciatore
- Stampa Internazionale

- 29 mag 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 4 giorni fa

Nel 1994, una grande stella del calcio italiano, Gianfranco Zola (35 volte in nazionale, mondiale negli Stati Uniti, giocatore del Napoli, del Chelsea e del Parma, squadra con cui ha vinto la Coppa Italia e la Coppa UEFA), è stato sul punto di essere rapito...
Seguendo un piano accuratamente tracciato, i rapitori di Zola (Fabrizio Maiello e il suo complice) pensavano di catturarlo in strada, sotto la minaccia di una pistola, e poi chiedere un riscatto a Calisto Tanzi, presidente del Parma e dell'azienda lattiero-casearia Parmalat.
Ironia della sorte, Fabrizio Maiello avrebbe potuto essere anche lui una stella del calcio. Nato nel 1963, era titolare nelle giovanili del Monza e il Milan aveva firmato un'opzione su di lui quando, all'età di 17 anni, un ingresso a gamba tesa in allenamento gli distrusse il ginocchio sinistro. I medici gli dissero che non avrebbe potuto tornare a giocare al livello richiesto dall'alta competizione e la sua rabbia fu tale che si rifiutò di operarsi e fuggì di casa, dove un padre molto violento aggiungeva dolore a dolore.
Dall'essere un ragazzo modello, che non aveva mai bevuto, né fumato, né mai era entrato in una discoteca, passò a frequentare compagnie sbagliate e a delinquere. Così sfogava la sua frustrazione, la delusione, il sentimento di ingiustizia per il sogno che mi gli stato portato via.
Quasi quindici anni dopo, in procinto di alzare il livello dei suoi crimini con un rapimento, era diventato tossicodipendente, con una lunga storia di rapine, prigione e ospedali psichiatrici penitenziari.
Come premeditato, il giorno stabilito per la cattura, con una pistola nella tasca si avvicinò a Zola, che stava facendo rifornimento di benzina alla sua auto.
Il calciatore del Parma, ignaro di quello che stava succedendo, gli sorrise, credendo che venisse a chiedergli un autografo.
E... contro ogni previsione, fu proprio quello che fece Fabrizio: gli chiese un autografo.
"Ho visto qualcosa nei suoi occhi. Erano brillanti, buoni. I miei, al contrario, erano pieni di male. I suoi erano gli occhi che avevo quando ero un ragazzo che voleva fare il calciatore”.
Poi Fabrizio si congedò e tornò alla sua auto. Dovette affrontare il suo complice, che lo rimproverava di non aver rispettato il piano e lo sospingeva a ritornare da Zola per concludere il sequestro. Ma Fabrizio rifiutò, ed entrambi se ne andarono, rinunciando al rapimento.
“È stata un'ispirazione della Beata sr Eugenia Palomino” ricorda Fabrizio.

Perché, per quanto sorprendente possa essere, insieme alla pistola con cui commetteva i suoi crimini, Fabrizio portava sempre con sé una immaginetta e una reliquia della religiosa salesiana di Salmantina, beatificata da Giovanni Paolo II nel 2004.
La porta con sè da quando, in uno dei suoi primi ricoveri nell'ospedale penitenziario psichiatrico, ha saputo che Radio Maria inviava ai detenuti una piccola radio per ascoltare la messa. Fabrizio ne fece chiesta e gli venne inviata:
"I detenuti la scambiavano con il tabacco, ma io l'ho tenuta. Non per ascoltare la messa, ma per ascoltare le partite di calcio. Insieme alla radio c'era una stampa di una suora spagnola, Suor Eusebia Palomino. La chiamavo "la mia piccola vergine" e non mi separavo mai da lei. Anche quando compivo qualche crimine, la infilavo nel guanto della mano con cui impugnavo la pistola. Mi affidavo ai santi e poi entravo per rubare, pregavo che nessuno si facesse male. L'ho portata anche quando avevo stabilito di rapire Gianfranco Zola".
Quello fu uno dei periodi peggiori della vita di Fabrizio.
Nel 1989 aveva sposato Liliana, tossicodipendente come lui, che aveva una figlia da una precedente relazione.
Le sue abilità con il pallone lo rendevano simpatico in carcere e utilizzava questo mezzo per ottenere vantaggi e permessi; in una di queste uscite dall'ospedale penitenziario, andò a sposarsi in tribunale con un'auto rubata e poi si diede alla fuga.
I due commettevano crimini insieme e, nonostante le circostanze, si volevano bene.
Si promisero l'un l'altro di suicidarsi nel caso in cui uno dei due fosse morto. Nel 1994, a Liliana fu diagnosticato un tumore. Morì l'anno successivo, ma Fabrizio non mantenne la promessa di suicidarsi. In parte, perché c'erano cose che stavano cambiando la sua vita.
Da un lato, l'arrivo di Giovanni Marione nel carcere psichiatrico. Era un uomo di mezza età, con la faccia di un bambino, che aveva inconsciamente ucciso un anziano.
"Quando Giovanni è arrivato, era pieno di farmaci, stava a malapena in piedi - ricorda Fabrizio - Mio padre era morto, Liliana era morta, mio fratello era in Brasile, non volevo che mia madre venisse al manicomio... Ero solo e mi sentivo male. Ho sentito Giovanni urlare, e dopo alcuni giorni sono andato dal medico e gli ho detto che volevo aiutarlo".
Il medico glielo sconsigliò: "Fabrizio, a Giovanni restano tre mesi di vita e tu sei in uno stato vacillante, ti farà affondare. Morirà comunque, lascia perdere".
Ma Fabrizio insistette e si dedicò ad accudire Giovanni, che non visse tre mesi, ma cinque anni, e arrivò perfino a lasciare il centro psichiatrico.
Presentarsi per prendersi cura di Giovanni fu una redenzione per Fabrizio.
- "Perché ti macchi le mani con la sua m...da ? " lo provocò un carcerato.
- "Dove mi macchiavo le mani era là fuori! " - gli rispose Fabrizio.
Un altro fatto contribuì alla sua conversione: l'arrivo del cappellano della prigione psichiatrica, don Daniele Simonazzi, che un giorno gli chiese di leggere la Prima Lettura della messa. Lo fece; e continuò a farlo per tredici anni.
"Lo feci perché avevo un po' di fede" - racconta Fabrizio: "Me l'aveva trasmessa mia madre, che mi portava sempre a messa. E questo mi è rimasto, continuo ad andare con don Daniele la domenica e le feste. E non ho mai buttato via la mia Beata Eusebia Palomino; mi aggrappo a lei ora"
Un altro fattore che ha contribuito al cambiamento di vita di Fabrizio fu il pallone, la sua passione fin da bambino.
Valeria Calevro, direttrice dell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia dove era ricoverato, gli offrì una palla e la possibilità di partecipare a gare di tocco di palla con entrambi i piedi e con la testa, da fermo e camminando.
Fabrizio approfittò del regalo per migliorarsi e lasciò il centro per partecipare a gare e spettacoli di beneficenza per la lotta al cancro. Raggiunse diversi record, tra cui, l' 8 settembre 2022, quello nei 1500 metri e, successivamente, stupì tutti percorrendo un chilometro all'indietro in 68 minuti e 38 secondi e un totale di 8.120 palleggi.
Il nuovo Fabrizio e la solita Eusebia
Oggi Fabrizio conduce una vita normale, lavora in una cooperativa, ha una ragazza incontrata in ospedale; ha ripreso contatti con la figlia di Liliana, dopo averla conosciuta a malapena da bambina. Inoltre, tiene conferenze spiegando ai ragazzi quale è la strada da non percorrere.
Con i suoi record di tocco con la palla e la sua storia di conversione, ha raggiunto una celebrità in Italia quasi paragonabile a quella che gli è stata portata via dall' infortunio al ginocchio.
In podcast, si è persino abbracciato con Gianfranco Zola, che un giorno voleva rapire e che forse avrebbe anche ucciso con la sua pistola se avesse opposto resistenza.
Forse questo non è un miracolo di quelli che contano per elevare una beata al rango di santa, ma certamente eleva Suor Eusebia Palomino tra quelli che "più si rallegrano di gioia in Cielo" (Lc 15,7) per la conversione di Fabrizio, dopo aver assistito in diretta a tanti suoi crimini.


