Le api nella Proclamazione di Pasqua: esempio di collaborazione e lezione di vita
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La foto mostra le api ricamate su una casula che Papa Benedetto XVI indossò per la prima volta in occasione della canonizzazione di cinque beati (23/10/2005) e che utilizzò in altre dieci occasioni.
Le api sono menzionate due volte nella Proclamazione di Pasqua.
La prima volta si legge:
«Accetta, Santo Padre, questo sacrificio serale di lode che la santa Chiesa ti offre per mezzo dei suoi ministri nella solenne offerta di questa candela, fatta di cera d'api».
La seconda volta:
«E sebbene essa distribuisca la sua luce, non diminuisce nel condividerla, perché è nutrita da questa cera fusa, che l'ape feconda ha prodotto per fare questa preziosa lampada».

A questo proposito, Papa Benedetto XVI ha commentato:
«Ci ricorda che questo oggetto, il cero pasquale, deve la sua esistenza principalmente all'opera delle api. Pertanto, è coinvolta tutta la creazione. Nel cero pasquale, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo i Padri, vi è anche un implicito riferimento alla Chiesa. La cooperazione della comunità vivente dei fedeli nella Chiesa è simile all'opera delle api. Essa edifica la comunità della luce. Possiamo dunque vedere nel cero pasquale anche un riferimento a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo illumini il mondo» (Omelia della Veglia Pasquale 2012).
Anche il mistico medievale Ruperto di Deutz vedeva nelle api un simbolo di Maria: «Come l'ape, che produce cera e miele con la sua opera verginale, così Maria, preservando l'integrità del suo grembo, ha dato alla luce Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo».
Papa Pio XII disse che
«se gli uomini volessero e sapessero ascoltare la lezione delle api; se ciascuno sapesse compiere il proprio dovere quotidiano con ordine e amore, nel luogo designato dalla Provvidenza; [...] se, in una parola, imparassero a fare con la loro intelligenza e il loro intelletto ciò che le api fanno istintivamente, quanto migliore sarebbe il mondo!» (Discorso del 27 novembre 1947).



