top of page

In barca verso il «paradiso».

  • Immagine del redattore: Stampa Internazionale
    Stampa Internazionale
  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 19 feb


Ousman Umar è nato in una piccola comunità rurale nel nord del Ghana, circondata dalla giungla, senza accesso all'istruzione e con meno di cento abitanti. Lì le nozioni vengono tramandate a voce di generazione in generazione e il mondo viene spiegato attraverso le storie.


La sua storia è iniziata con una perdita: sua madre è morta di parto e, secondo le credenze della sua tribù, questo lo rendeva un bambino “malvagio”, portatore di uno spirito troppo potente. In molti casi, questo significava la condanna a morte del bambino, ma Ousman sopravvisse perché suo padre era lo sciamano del villaggio e nessuno osava toccare il figlio del guaritore.


sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada

Fin da piccolo nutriva molta curiosità e aveva grande capacità manuale nel costruire oggetti. A soli nove anni fu mandato in città per imparare a lavorare la lamiera e a saldare.

Nel porto del Ghana scoprì navi, gru e merci provenienti dall'Occidente. Si chiese perché i “bianchi” potessero creare tutto questo e loro no. Questa domanda, unita alla mancanza di informazioni e di opportunità, lo spinsero nelle mani di una rete di trafficanti di esseri umani.


Nascosto nei camion, attraversò le frontiere di notte fino a raggiungere il Niger.


«Poi siamo andati a Gades e lì ci hanno offerto di portarci in Land Rover per attraversare il deserto del Sahara. Dopo sei ore di viaggio ci hanno abbandonato in mezzo al deserto e non sono più tornati, così abbiamo dovuto attraversare il deserto a piedi.»

Ousman racconta che erano in 46 quando sono partiti e solo sei sono arrivati vivi in Libia, «senza contare i cadaveri che abbiamo trovato lungo la strada». Descrive quel viaggio di 21 giorni come un inferno. Senza cibo e bevande, dice Ousman, «chi riusciva a fare pipì era fortunato».


sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada

All'età di 13 anni arrivò in Libia senza famiglia né protezione. Lì trascorse 4 anni «praticamente in schiavitù» finché non mise da parte abbastanza soldi (1.800 dollari) per pagare i trafficanti.

Gli promisero che in 45 minuti avrebbe raggiunto il “paradiso”. Ma la realtà dei fatti fu un altro calvario di 3 mesi attraverso Tunisia, Algeria, Marocco, Mauritania e Sahara occidentale.


sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada

«Tra la Mauritania e il Sahara occidentale ci hanno nascosto tra le dune, ci hanno dato del legname e ci hanno fatto costruire due piccole barche. Dico barche per usare un eufemismo, ma in realtà stavamo costruendo una bara.»

«Alla fine le due "barche" salparono. Al primo tentativo sono annegate tra le 150 e le 180 persone. La mia barca rientrò a terra. Siamo rimasti nel deserto per quasi un mese e mezzo, finché non ci hanno portato altra legna per fare un secondo tentativo. Partimmo di nuovo su due barche, una delle quali affondò in mezzo al mare. La mia, dopo due giorni e mezzo, raggiunse Fuerteventura».


sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada

Una volta in Spagna, il CIE (Centro de Internamiento de Extranjeros) lo confermò come minorenne. A Malaga gli fu chiesto in quale posto della Spagna volesse andare. Ousman sapeva solo una parola: «Barça». Così lo inviarono a Barcellona il 24 febbraio 2005, da solo, senza conoscere la lingua e senza nessuno che lo aspettasse. Dormì in strada per quasi un mese. «La cosa peggiore non è stata la fame, ma l'indifferenza», ricorda. La sensazione di non esistere per nessuno.

«Era terribile vivere per strada. Nel deserto, almeno, c'erano cinque persone che sopravvivevano con me, e solamente guardare i loro occhi, i loro sguardi, mi restituiva la mia umanità. Ma per strada nessuno ti guarda in faccia. Quando provavo a chiedere un bicchiere d'acqua, la gente nascondeva le borse, pensando che volessi derubarli.


La vita di Ousman cambiò quando un giorno, appena sveglio in via Navas de Tolosa, vide una signora e all'improvviso sentì l'impulso di alzarsi e di seguirla come se la conoscesse, quando se ne accorse, la donna si voltò e, invece di essere spaventata, lo prese per mano.


«Ero in strada da più di un mese, con gli stessi vestiti, sporco... E lei mi ha preso la mano!.»

Quel giorno la signora lo accolse nella sua casa; gli preparò la cena e gli rimboccò le coperte «come un bambino di cinque anni» e lo baciò. Ma nonostante fosse stato portato via dal freddo della strada e accolto in una casa, quella fu per lui la notte più brutta della sua vita.


«Era la prima volta che non dovevo lottare, era tutto finito. Ma continuavo a chiedermi: Perché ho dovuto soffrire così tanto? Cosa ho fatto di male? Perché il mio migliore amico è morto? Perché io?

Da quella notte Ousman giunse alla conclusione che la domanda non doveva essere «perché», ma «per cosa».


Ousman Umar è sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada, e ha trasformato la sua esperienza in una missione: creare opportunità reali in Africa attraverso l'istruzione. Oggi dirige l'ONG Nasco Feeding Minds.
Ousman Umar è sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada, e ha trasformato la sua esperienza in una missione: creare opportunità reali in Africa attraverso l'istruzione. Oggi dirige l'ONG Nasco Feeding Minds.

Oggi Ousman ha ben chiaro il suo «per cosa» ha sofferto così tanto: per dare voce a chi non è arrivato vivo al «paradiso» e a chi continua a morire ogni giorno in quel viaggio infernale.

«E lavorare per evitare che altri soffrano quello che ho sofferto io», aggiunge. È così che è nata la ONG da lui fondata: Nasco Nutrire le menti. «Ho capito che tutti noi che siamo immigrati, lo abbiamo fatto per mancanza di formazione, di informazione e di opportunità. È necessario generare un'opportunità in loco».


Con i propri risparmi e con l'aiuto di amici, Ousman si recò in Ghana e acquistò 42 computer, assunse due insegnanti e aprì la prima scuola di informatica presso la St Augustine June High School. «Oggi, dopo 13 anni, abbiamo quasi 17 centri informatici utilizzati da più di 58 scuole e, solo quest'anno, abbiamo raggiunto più di 6.000 studenti.

Nel 2021, quando la prima classe di studenti si è diplomata, si è creata una piccola impresa sociale di outsourcing e programmazione. Oggi 23 persone lavorano a Nascutec, la loro impresa sociale in Ghana, e 13 di loro lavorano già per il Banco Santander in Spagna, «con uno stipendio decente, senza bisogno di salire su una barca o di saltare qualche recinto».

«Crediamo che questo sia l'unico aiuto veramente trasformativo: non solo dare cibo per un giorno, ma nutrire la mente. Perché l'istruzione permette di costruire il proprio futuro con dignità», afferma Ousman con convinzione.



«L'Africa non ha bisogno di carità, ma di prosperità».


Ousman sostiene che gli aiuti all'Africa dovrebbero basarsi sul rispetto, sulla dignità e sull'uguaglianza, non sulla carità o sul paternalismo. L'idea di “andare a salvare” qualcuno o di imporre soluzioni dall'esterno senza conoscere la realtà locale, non funziona: a suo parere prima di agire, c'è bisogno di ascoltare, fare domande e trattare personalmente con le persone, perchè sono loro che sanno, meglio di chiunque altro, di cosa hanno bisogno.


Il suo impegno è : “nutrire le menti”. In altre parole, investire nell'istruzione, nella formazione e nell'occupazione affinché le persone possano creare la propria prosperità in autonomia. Per Ousman, insegnare, formare e creare un lavoro dignitoso è l'unico modo per realizzare un cambiamento reale e duraturo, perché non si tratta di sfamare un giorno, ma di fornire strumenti per la vita.


Ousman ha sperimentato in prima persona l'indifferenza dei passanti a Barcellona. «Molti passavano e mi lanciavano oggetti. Nessuno mi vedeva, facevano finta di non vedermi. Un bidone della spazzatura valeva più di me.

Avrei voluto almeno cinque minuti del vostro tempo».


 «Non traete le vostre conclusioni da ciò che pensate abbia bisogno un povero. Chiedeteglielo. Di cosa hai bisogno?
E se non avete tempo di ascoltarlo, regalategli un sorriso: è gratis! Ridategli la sua umanità. È questo che mi è mancato più del cibo.»
sopravvissuto al deserto, a due viaggi in barca e all'indifferenza della strada

 
 

Comunità Pastorale San Carlo Borromeo

Parrocchie di Angera, Ranco e Taino

Piazza Parrocchiale 10

21021 Angera VA

0331 930443

  • YouTube
  • Telegram
  • Whatsapp
  • Instagram
  • Facebook
bottom of page