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Chiamati a promuovere una cultura di pace

  • Immagine del redattore: Vatican.va
    Vatican.va
  • 10 lug
  • Tempo di lettura: 3 min
Chiamati a promuovere una cultura di pace

“I tempi per una riconciliazione saranno lunghi. Ma anche se siamo pochi, non ci arrenderemo mai alla rassegnazione della guerra e della distruzione”.

È il messaggio che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha affidato alle tante persone che l’hanno voluto incontrare nella sua visita al Patriarcato di Venezia.


Chiamati a promuovere una cultura di pace
“Penso che il mondo possa dividersi in due gruppi: c’è chi si lamenta, protesta, rivendica a parole: va benissimo ascoltarli, ma lasciamoli anche là; e poi c’è chi ha in cuore il desiderio di pace, di concordia, di condivisione: ecco, questo sarà il perno per avviare la ricostruzione quando finalmente arriverà la fine piena del conflitto. È importante, nella vita, che ci sia chi vuole mettersi in gioco, chi è pronto a rischiare, perché l’ultima parola non sia di odio, rancore, vendetta, ma di pace: una pace vera ed effettiva”.

“Nonostante il cessate il fuoco la situazione resta di estrema gravità . I cristiani di Gaza sono rimasti 541. Hanno perso tutto. Il problema più grave è la mancanza di infrastrutture. La gente vive nelle tende, senza fognature, invasa dai topi che morsicano le persone”.


Durante la guerra si stava in modalità sopravvivenza. Adesso vengono fuori tante domande: quando finirà? Che ne sarà di noi?
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I medici ci dicono che c’è bisogno di sostegno psicologico ai bambini: sono tutti traumatizzati. Sia tra gli israeliani che tra i palestinesi c’è un clima di sfiducia reciproca in cui tutti si sentono minacciati nella loro esistenza.

È molto difficile capire se e come finirà, e cosa sarà in futuro.

Noi abbiamo iniziato a rimettere in piedi una scuola a Gaza, a ciclo completo, perché la formazione e l’educazione devono essere una priorità. Abbiamo iscritti 500 bimbi, vogliamo raddoppiarli. Si fa scuola ma anche si distribuiscono i pasti e si cerca di ricostruire una comunità”.


Ci sono stati fraintendimenti, ma bisogna tenere i canali aperti e andare avanti per il bene comune. La speranza di pace può partire dall'impegno di ciascuno nel costruire qualcosa di bello e vero. Un linguaggio violento crea esclusione, rifiuti, contrasti. Promuoviamo una cultura di pace.
Chiamati a promuovere una cultura di pace

“Ci si abitua a tutto, anche a un contesto di vita con il conflitto.

Abbiamo bisogno di guardare la realtà. La guerra non sta per finire, anzi.

Ma come Chiesa noi abbiamo qualcosa da dire?

Cosa si può fare anche da qui per cambiare le cose?

Dobbiamo metterci in gioco, rischiare, provocare, proporre.


Non dimentichiamoci che noi siamo redenti, siamo salvati, perdonati.


Occorre cominciare a parlare di perdono, riconciliazione.

E la prima cosa da fare è ascoltarsi l'un l'altro”.


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“Non è vero che tutto è lecito, che quando lotto per la sopravvivenza posso fare tutto.


La de-umanizzazione rischia di portarci alla devastazione. Ci sono ferite profonde per rimarginare le quali servirà moltissimo tempo, è necessario creare presidi di vita.

Nonostante tutto Dio ci chiama a stare assieme.


Cosa possiamo fare? Dobbiamo parlare di quello che succede in Terrasanta, tenere accesa l'attenzione, e soprattutto, come credenti, pregare”.


“Siamo chiamati a coltivare il desiderio di pace che viene da Cristo e che ci rende liberi. Non dobbiamo mai lasciarci andare all’odio, al rancore, allo spirito di vendetta, ma desiderare la pace, la giustizia.

Gesù ci insegna a essere liberi dall’esito.

Ciò che deve spingere la nostra azione non dev’essere l’attesa di una risposta, quanto piuttosto il desiderio di bene e dell’incontro che resta sempre una proposta molto libera.


In un momento in cui apparentemente sembra che i grandi del mondo decidano i destini dell’umanità – ha concluso – ecco che tutti noi dobbiamo ricordarci di una cosa:


beati i miti che erediteranno la terra. Perché sono i miti di oggi a costruire il futuro di domani”.
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