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L'AGO L'AGO della Comunità Pastorale di Angera, Ranco e Taino (VA)
L'AGO della Comunità Pastorale di Angera, Ranco e Taino
Crocifisso alla luce del sole

UNA PASQUA “SCOMODA” La Pasqua è evento di vita, novità per la storia umana. La Risurrezione di Gesù non è però un fatto accomodante. I Vangeli ci raccontano di discepoli impauriti o sconcertati, spesso chiusi nei loro ragionamenti, come i due che lasciano Gerusalemme e vanno verso Emmaus, delusi poiché speravano che Gesù fosse colui che li avrebbe liberati (Lc 24). O gli Undici rinchiusi nella stanza dell’ultima cena quasi a voler rimanere in un luogo del ricordo, in cui il Signore era ancora con loro. La Pasqua è destabilizzante, vuol provocare un movimento, un cambiamento: i discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto Gesù, corrono in fretta verso Gerusalemme col cuore che arde; nel cenacolo gli Apostoli prima credono di vedere un fantasma, poi Lo riconoscono e sono pieni di gioia. La Pasqua non lascia fermi, non è rassicurante, ma mette in discussione. Così il Vangelo in ogni sua pagina. Alche noi, a distanza di duemila anni, siamo chiamati a leggere i fatti e i temi del mondo odierno mettendoci in ascolto e in dialogo, con uno sguardo diverso che prende forma dal Vangelo. La tendenza della nostra società è spesso quella di creare delle realtà (ad esempio i “social”) in cui ci si sente a proprio agio poiché si condividono informazioni o opinioni che riflettono e rafforzano le proprie, senza una prospettiva diversa. Gruppi di questo tipo generano false sicurezze perché danno l’illusione di trovarsi in un posto dove sono capito e protetto, dove tutti sono d’accordo con me, dove posso finalmente stare tranquillo. La realtà non è così, la vita non è così. Ciò che fa crescere davvero è il confronto, è la differenza, vissuti non come contrapposizione pregiudiziale, ma come dialogo e incontro, attraverso i quali si può conoscere meglio la complessità della realtà. La Pasqua ci invita a riflettere sul nostro modo di comunicare: oggi è facile trovare proposte comode e rassicuranti, ma abbiamo bisogno di risentire il richiamo del Vangelo che ci scomoda per rinnovarci, per far uscire il meglio di noi. Ancora. Oggi è grande il desiderio di felicità - quella piena! - di pace, di serenità: nel mondo imperversano invece guerre, situazioni di crisi politica ed economica; anche nel nostro piccolo spesso viviamo drammi familiari, magari per relazioni difficili da sostenere. Per uscire da ciò spesso cerchiamo di trovare un accordo, un compromesso, stabiliamo dei limiti e dei confini, e ci diamo regole da rispettare per risolvere il conflitto. Ciò è molto importante: è la via umana della convivenza tra persone. La Pasqua ci dice qualcosa in più: infatti, per giungere alla Risurrezione, Gesù passa per la passione e per la morte. L’aspetto della morte ci suggerisce che se davvero vogliamo affrontare i drammi della nostra esistenza è necessario perdere qualcosa. Il Vangelo ci dice che bisogna potare la pianta perché porti frutto, il seme deve morire per poter generare nuova vita… così anche le nostre relazioni per diventare vere hanno bisogno di passare per una prova, magari difficile, che chiede di fare un passo indietro, di rinunciare a qualcosa. d.Pietro

Chiesa Altare

LA CHIESA E’ VICINA ALLA FAMIGLIA 19 marzo: 10 anni dell’esortazione apostolica “Amoris laetitia” sull’“amore nella famiglia” che papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale. Leone XIV la definisce «un luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare». Leone XIV convocherà a ottobre in Vaticano i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per «procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi». Non un nuovo Sinodo sulla famiglia, come quello in due tappe voluto da papa Bergoglio fra il 2014 e il 2015, ma una sorta di “summit” ecclesiale. Il testo era frutto di tre anni di discernimento sinodale in seguito all’Anno Santo della misericordia. Leone indica l’eredità del documento: « “Amoris laetitia” offre un insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi: la speranza biblica della presenza amorevole e misericordiosa di Dio, che permette di vivere “storie di amore” anche quando si attraversano “crisi familiari” (AL 8); l’invito ad adottare “lo sguardo di Gesù” (AL 60) e a stimolare senza stancarci “la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare” (AL 89); l’appello a scoprire che l’amore nel matrimonio “dà sempre vita” (AL 165) e che esso è “reale” proprio nel suo modo “limitato e terreno” (AL 113)». Invito a sviluppare ciò che Francesco già indicava: nuove vie pastorali e «accompagnare, discernere e integrare la fragilità» superando una concezione riduttiva della norma, e a promuovere «la spiritualità che scaturisce dalla vita familiare». Nel suo messaggio Leone XIV sottolinea più volte la ricchezza del matrimonio in quanto, mediante il Sacramento, «gli sposi cristiani costituiscono una sorta di Chiesa domestica, il cui ruolo è essenziale per l’educazione e la trasmissione della fede». Incoraggia a essere accanto a «coloro che il Signore chiama al matrimonio e alla famiglia» perché «possano vivere il loro amore coniugale in Cristo» e ai «giovani» affinché «si sentano attratti dall’intensità della vocazione matrimoniale nella Chiesa». Il Papa, consapevole delle difficoltà e delle crisi attuali, rilancia quanto aveva detto ai ragazzi a Tor Vergata durante il Giubileo della speranza: «La fragilità è parte della meraviglia che siamo: non siamo fatti per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore». «Per servire la missione di annunciare il Vangelo della famiglia alle giovani generazioni, dobbiamo imparare a evocare la bellezza della vocazione al matrimonio proprio nel riconoscimento della fragilità, in modo da risvegliare la fiducia nella grazia e il desiderio cristiano di santità». Essenziale il protagonismo delle famiglie «alle quali il Signore affida il compito di partecipare alla missione della Chiesa di annunciare e testimoniare il Vangelo», perché ci sono «luoghi e circostanze in cui la Chiesa “non può diventare sale della terra” se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie. Perciò l’impegno della Chiesa in questo ambito va rinnovato e approfondito». d.Pietro

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VEDERE QUALCOS’ALTRO Ottavo centenario del “transito” di san Francesco. Cosa può dire a noi oggi la sua figura? E il suo “Cantico delle creature” ? Le fonti attestano che il Cantico di Frate Sole sgorgò, almeno in parte, al termine di una nottataccia, tra sofferenza e tentazioni, a San Damiano dove Francesco, ammalato e stigmatizzato, era stato accolto e veniva accudito da Chiara e le sorelle. Sembra proprio che in quel frangente della sua vita egli non fosse davvero in grado di gioire della bellezza della creazione. I cinque sensi erano compromessi. Francesco non poteva ormai far altro che provare a “ri-vedere” tutto in altro modo, a un’altra profondità, con un altro spessore, che non cancella o rende meno vero ciò che fino ad allora aveva potuto ammirare e di cui godere, ma gli chiedeva un di più di sguardo, di fede e speranza. Tutti sono capaci di comprendere che il sole è bello, raggiante e che illumina le giornate. Tutti lo vedono: non servono per questo particolari fedi religiose o occhiali. Ma che il sole sia il segno dell'amore di Dio, questo no, per questo bisogna avere uno sguardo di fede e di speranza! Un altro esempio: le stelle citate nel cantico sono definite clarite e belle: lo capiamo anche noi, ma perché anche preziose? Così anche vento e nuvole sono lodate. Francesco vede le cose con una profondità diversa, un altro sguardo che parte da un'altra prospettiva. Che un lebbroso o un barbone dei nostri tempi siano inavvicinabili, tutti ne erano e ne sono convinti. Ma che tutti costoro siano “fratelli cristiani” lo possiamo affermare solo dopo aver visto qualcos'altro. O qualcun Altro. Francesco voleva vedere qualcos'altro! Il cuore di quella notte disperata è stato forse l'annuncio di una nuova alba. Che il buio non fosse per sempre. Sperare che il terribile fuoco potesse diventare persino gentile e smettere di fare del male. Che l'ignoto che ci circonda, maestoso ma anche inquietante, possa essere allo stesso tempo gravido di bellezza. Che il vento che sibila mettendoci paura ci porti pure da lontano echi di vita... Tutto può essere riletto in maniera differente. Ancora di più: che l'uomo, ognuno di noi, non fosse condannato per sempre essere lupo per se stesso, per gli uomini e viceversa. Che potessimo essere capaci di azioni “disumane”, contro natura: persino di perdonare! E di accogliere la morte come sorella... Insomma, di metterci dalla parte di Dio, di provare a vedere le cose dal suo punto di vista. Allora Laudato si’ mi’ Signore... perché quella memorabile notte a San Damiano fu portatore di una speranza grande per tutti. d. Pietro

“ARTISTI” DI PACE E RICONCILIAZIONE

“ARTISTI” DI PACE E RICONCILIAZIONE Viviamo in un mondo che somiglia sempre di più a una giungla: dilagare di guerre, minacce, stragi, devastazioni, genocidi... Lo hanno anche anche scritto: stiamo vivendo nel «tempo dei predatori». Non ci sono più regole condivise che gli Stati - a partire dai più potenti - rispettino per convivere pacificamente. È un mondo governato dalla forza e dalla potenza. La legalità internazionale è infatti sotto scacco, basti pensare all’evidente impotenza delle Nazioni Unite e degli Organi a esse collegate (es. Corti di Giustizia). È facile attribuire la responsabilità all’umore folle di leader malvagi che non si fermano davanti a nulla e che hanno perso ogni rispetto per «le vite degli altri». Vero sul piano etico: chi decide massacri e uccisioni non può che essere «mentalmente disturbato». Ma gli storici avvertono che c’è molto di più. È da una trentina d’anni che l’Ordine internazionale creato nel 1945 ha cominciato ad andare in crisi. Anche in campo economico è avvenuto un cambiamento epocale: con l’entrata in scena dell’Asia, il primato manifatturiero dell’Occidente è divenuto un retaggio del passato. La geografia produttiva del Pianeta è inesorabilmente mutata. Fu papa Francesco a cogliere l’essenza dei profondi mutamenti e i pericoli a essi connessi quando, il 13 settembre 2014, parlò di una «terza guerra mondiale a pezzi». Aveva compreso che focolai in apparenza slegati (Siria, Libia, Yemen, Ucraina orientale...) non erano incidenti di percorso della globalizzazione, ma sintomi di un’unica faglia sismica. E aveva denunciato l’ipocrisia di un sistema che si diceva in pace solo perché il sangue scorreva lontano dai centri del potere finanziario. Oggi, quella diagnosi è alla base di qualsiasi analisi seria: i «pezzi» si stanno saldando. Il fronte ucraino, quello mediorientale, le tensioni nel Pacifico e nelle Americhe, le stesse stragi in Africa sono vasi comunicanti di un unico conflitto per la ridefinizione delle gerarchie mondiali. Se la guerra è diventata l’unica risposta possibile alle tensioni geopolitiche, riscoprire il senso profondo della parola «pace» diventa un atto rivoluzionario. La pace è innanzitutto un legame, una composizione reciproca, un accordo che tiene insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Nel nostro tempo dove tutto si disgrega (le comunità, il senso...) è pura illusione pensare che le armi possano ricomporre ciò che abbiamo frantumato, come se la violenza potesse tessere legami. Papa Leone, nel messaggio per la Giornata della Pace, ha lanciato una sfida radicale: la pace dev’essere «disarmata e disarmante». Non basta deporre le armi materiali; prima di tutto dobbiamo disarmare noi stessi. La pace va’ accolta. Gli operatori di pace sono “artisti” del tessuto umano che ricompongono ciò che l’odio lacera, mostrando che tutto è connesso. In un mondo che celebra la guerra e deride la pace come debolezza, forse è tempo di riconoscere che i veri realisti sono proprio le persone disarmate. Sono loro che, rifiutando la logica dello scontro inevitabile, continuano a intrecciare fili di dialogo dove altri vedono solo nodi da tagliare con la spada. d.Pietro

LA PAROLA DI DIO E’ CENTRALE NELLA VITA DEI CRISTIANI

LA PAROLA DI DIO E’ CENTRALE NELLA VITA DEI CRISTIANI “Ascoltare” è l’invito di papa Leone nel messaggio per la Quaresima 2026. Ascoltare in particolar modo la Parola di Dio per essere poi in grado di un ascolto più vero della realtà. Perché la Parola di Dio è centrale? Perché è fondamentale per la nostra vita di fede? Perché è irrinunciabile confrontarsi con essa e metterla al centro della nostra preghiera? Che cos’è la Parola di Dio? Un chiarimento, poiché non è scontato che Sacra Scrittura, Bibbia, Parola di Dio, siano tutti sinonimi. Nella celebrazione della Messa usiamo l’espressione «Parola di Dio» al termine delle letture. Ci riferiamo senz’altro al brano della Scrittura appena ascoltato, ma non solamente ad esso: è quella Parola che è stata proclamata, ascoltata, pregata e vissuta, celebrata da una Comunità di persone. Solo quando la Scrittura incontra il cuore del popolo di Dio, diviene veramente «Parola di Dio». La «Parola di Dio» non è un testo scritto, ma un un evento, una relazione: la relazione tra Dio e il suo popolo, tra il Vivente (Dio) e persone vive (noi). Questa relazione tra l’umanità e Dio assume proprio il nome di Gesù, «il Verbo che si è fatto carne», la Parola che assume un corpo. La Parola di Dio è anzitutto Gesù Cristo, Lui è la Parola che Dio dice sul mondo, Lui è la Parola che viene, sempre! È solo attraverso lo Spirito Santo, lo Spirito del Risorto, che noi possiamo veramente ascoltare la Scrittura, comprenderla, farla penetrare nel nostro cuore, lasciare che ci converta profondamente e cambi la nostra vita: è il miracolo della «Parola di Dio», Parola che non torna mai a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata, Parola che rinnova sempre ogni cosa. Il cristiano è colui che sa «vedere bene dentro le cose», ma solo se ha gli occhi giusti, le orecchie giuste, per vedere e sentire la realtà vera delle cose. È imparare a guardare con gli occhi di Dio, sentire con i sensi di Dio! Per far questo bisogna frequentarLo, stare con Lui, conoscerLo. Ma abbiamo bisogno di alcune mediazioni: la preghiera personale, la preghiera della Chiesa, la mia coscienza, il padre spirituale, i sacramenti, le relazioni, il creato, i poveri… e la Parola di Dio. La Parola di Dio è un mezzo potente perché, a differenza delle altre mediazioni, è scritta, è codificata, è fissata. Lì si incontra il volto di Dio proprio come Dio stesso parlerebbe di sé. Negli altri luoghi abbiamo sempre il rischio di modificare un po’ il volto di Dio a nostro piacimento, di fargli dire ciò che a noi fa più comodo. Nella Parola di Dio invece no! Il Dio che scopriamo dentro la Scrittura non corrisponde a quello che ci aspettiamo. Compito della Parola di Dio è quello di rovesciarci le prospettive, di cambiare sguardo, radicalmente… ovvero «convertirci». Ecco perché la Parola di Dio è fondamentale per la nostra vita: perché ci tiene in cammino, ci apre sempre nuovi orizzonti, ci mostra che Dio è sempre un po’ più in là. Ci libera dai nostri blocchi, ci insegna la via giusta, ci sorprende, ci affascina, ci sconvolge, ci turba, ci attrae, perché è sempre nuova, sempre più viva di quanto possiamo esserlo noi con le nostre sole forze. d.Pietro

Ciliegio

QUARESIMA: DAL GELO ALLO ZELO! Nella sua descrizione dell’inferno, Dante immagina che il diavolo sia collocato su un trono di ghiaccio, gelido e solo, non tra fiamme di fuoco. A ben pensarci ciò che fa più male a ciascuno di noi è il gelo che regna nei luoghi in cui viviamo. Dice il Vangelo: «Per il dilagare dell’iniquità, l’amore dei più si raffredderà» (Mt 24,12). Un’immagine forte che ci invita a vivere questo tempo di Quaresima riflettendo sul nostro cuore per riuscire a passare dal gelo dell’indifferenza reciproca allo zelo della generosità nei nostri rapporti fraterni e sociali. Il maligno si presenta sotto la veste dei falsi profeti, ciarlatani che offrono facili, ma ingannevoli soluzioni a problemi complessi e difficili, di “incantatori di serpenti” perché approfitta delle emozioni di popolo, di cuori nel dolore, di evidenti fragilità. Sentimenti che lusingano con il piacere di pochi istanti, illudono col denaro facile, ma poi lasciano profonde delusioni. Un richiamo molto vero specie quando siamo colpiti dall’ingratitudine e da atteggiamenti di freddezza: un grazie mancato, un saluto negato, infatti, fanno male a tutti. Spesso poi siamo gelidi perché vuoti o trascinati dalla stanchezza. Diventiamo perciò preda dell’accidia, virus che succhia l’amore e la passione. E questo accade anche nei nostri ambienti, dove, al contrario, il Vangelo ci chiederebbe di non perdere mai quota. Perciò, l’unico modo per vincere l’accidia è andare avanti sperando, amando e confidando. Questa è la chiave: lo zelo contro il gelo! Qual è il rimedio per superare questa freddezza? La strada della conversione: preghiera, elemosina e digiuno. Un cuore che prega arde sempre di passione. Si spinge ad alti orizzonti perché riscaldato dal cuore stesso di Dio, dal suo caldo abbraccio di Padre. Un cuore che dona si libera dall’avidità. Da quel denaro che ci fa schiavi e ci rende freddi, indifferenti, senza empatia. L’elemosina purifica, perché diventa spazio di gratuità, dove ti accorgi dell’altro e lo rispetti. Per donare senza riserve, ad esempio, è rendere centrale la domenica, come tempo libero dall’angoscia del comprare e del possedere. Tempo gratuito di relazioni non sfuggenti né funzionali. Non manchi mai poi il digiuno. Non perché devi ottenere qualche favore o grazia da Dio, ma perché il digiuno fa bene. A tutti. Essenzializza e disarma dalla violenza che è sempre in agguato dietro certi desideri senza fondo, mai sazi. La Pasqua ci avvolgerà col suo calore. Sulle strade di Emmaus, col cuore ardente, perché con i discepoli è presente il Risorto. Il fuoco nuovo riscalderà anche i cuori più gelidi. Crediamolo! d.Pietro

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IL BENE DEGLI ALTRI È feroce l’invidia, sia sul piano personale che su quello sociale, perché ci impedisce di essere felici del bene dell’altro; e ci impedisce di essere noi stessi felici dei nostri beni. Si dice «roso» dall’invidia, un verbo che racconta una specie di progressiva dissoluzione dell’uomo. Proverbi 14,30 scrive: «L’invidia è la carie delle ossa» e la contrappone al «cuore tranquillo che è la vita di tutto il corpo». C’è un’immagine atroce dell’invidia nella Cappella degli Scrovegni a Padova: fa parte della sfilata dei Vizi e delle Virtù. Giotto rappresenta l’invidia come una donna vecchia, malvissuta. Ha un enorme orecchio con cui tutto ascolta e dalla bocca esce un serpente che va a pararsi proprio davanti agli occhi così che non veda bene. Infatti, etimologicamente, l’invidia indica la radice del vizio in un vedere distorto, che non sa riconoscere quello che abbiamo e fa apparire quello che gli altri hanno come più desiderabile. Oggi il nostro vedere si è allargato grazie ai social che ci portano a casa i beni di persone che altrimenti non avremmo mai incontrato: case ricche, auto sempre più grandi, vestiti, smartphone... Lusso e possibilità impensabili che mettono alla prova la benevolenza verso il prossimo. L’invidia è dietro a molto malparlare dei nostri giorni. Se il bene dell’altro mi infastidisce voglio distruggerlo, con le parole, pronunciate qui e disperse nel mondo intero, grazie al web. Il Vangelo parla di invidia in un solo luogo: quando Pilato chiede ai sommi sacerdoti e agli anziani se vogliono che liberi Gesù. «Sapeva infatti che glielo avevano consegnato per invidia» (Mt 27,18). Un solo luogo ma mortalmente decisivo. Invidia di che cosa? Del bene che Gesù sapeva fare. Questa invidia sospettosa verso chi fa il bene è qualcosa che conosciamo anche nelle nostre comunità ecclesiali. Come fare a non essere invidiosi? La tradizione cristiana contrappone l’invidia direttamente alla carità: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità» (1Cor 13,4). La carità che Giotto contrappone all’invidia è una donna giovane che offre il proprio cuore a Dio e intanto tiene un ricco cesto di frutti nell’altra mano, pronta a offrirli agli uomini. Chi invidia non ama né Dio né il prossimo. Alcune situazioni, oggi, la favoriscono: l’ingiustizia sociale scatena l’invidia di tutti. Vedere la ricchezza ostentata, avere continuamente davanti agli occhi le immagini di un’opulenza che esibisce lo spreco, il superfluo, in faccia alla povertà crescente, è un’oggettiva istigazione all’invidia, alla rabbia e alla violenza. Per cui possiamo tornare grazie al cielo alla sapienza biblica: «Osservate il diritto e praticate la giustizia» (Isaia 56,1) e questo certamente è una forma dell’amore, sia di Dio che degli uomini. E un buon antidoto all’invidia. Chissà quanti di noi non sono consapevoli di essere invidiosi. Peccato. Non c’è pace per l’invidioso. d. Pietro

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GIORNATE EUCARISTICHE: RIPARTIRE DA GESU’ Le giornate eucaristiche sono un invito a rallentare, a fare silenzio e a rimettere al centro ciò che spesso resta sullo sfondo della vita quotidiana. Davanti all’Eucaristia non siamo chiamati a “fare” qualcosa, ma a stare: stare alla presenza di Dio, lasciarci guardare, lasciarci amare. Il santo Curato d’Ars (san Giovanni Maria Vianney, 1786-1859) narrava di un contadino che tutte le sere, alla stessa ora, entrava solo nella chiesa della sua parrocchia, si sedeva nell’ultimo panca e guardava fisso il Tabernacolo. Stava lì fermo in silenzio per lungo tempo, non aveva libri di preghiere perché non sapeva leggere, né la corona di Rosario. Incuriosito dal singolare comportamento di quell’anziano contadino, san Giovanni Maria Vianney una sera gli si avvicina e gli chiede: «buon uomo, ho osservato che ogni giorno venite qui alla stessa ora e nello stesso posto. Vi sedete e state lì. Ditemi: cosa fate?». Il contadino, scostando per un attimo lo sguardo dal Tabernacolo, rispose: «nulla, signor parroco… io guardo Lui e Lui guarda me». L’Eucaristia ci ricorda che Dio ha scelto la via della vicinanza e della semplicità. Si fa pane, si spezza, si dona. In un mondo che corre, che consuma e che spesso divide, Gesù si presenta come nutrimento umile, capace di unire e di sostenere il cammino di ciascuno. Le giornate eucaristiche diventano così un tempo prezioso per riscoprire che la forza della fede non nasce dal rumore, ma dall’intimità con Lui. Davanti al Santissimo impariamo anche a rileggere la nostra vita. Le fatiche, le gioie, le domande e le ferite trovano spazio e senso. L’Eucaristia non elimina i problemi, ma ci dona uno sguardo nuovo: ci insegna a vivere con fiducia, a spezzarci per gli altri, a trasformare l’ordinario in luogo di grazia. Viviamo queste giornate con il desiderio di esserci. Lasceranno un segno profondo nella nostra comunità: l’Eucaristia celebrata e adorata ci spinge a diventare pane per il mondo: più attenti, più misericordiosi, più capaci di amore concreto. Dall’adorazione nasce la missione, dal silenzio nasce una vita che parla e attrae altri. Ringraziamo il Signore per il dono straordinario dell’Eucaristia e troviamo tempo per Lui: può essere una occasione unica per ripartire! don Valentino

Paesaggio invernale innevato

LA VITA RINASCE. E’ QUI L’inverno è stagione che definiamo “morta”, ma che in realtà custodisce un mistero. Animali in letargo, piante che assottigliano la propria attività, strategie protettrici... È una vita segreta e latente che al momento giusto vedremo manifestarsi, quando le gemme si distendono, il seme libera il germoglio che spacca la terra, una forza insospettata. E la vita si mostra. Questa vita della natura è resa da Gesù in tante espressioni che troviamo nel Vangelo: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26) e ancora: «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano» (Mt 6,28). Una sorta di esortazione ad affidarsi al Signore, il quale conosce il segreto della vita e ciò di cui abbiamo bisogno. Liberazione dall’affanno dei giorni. Ma possiamo trovare un ulteriore significato che ha a che fare anche con il nostro agire, una nostra operosità buona e positiva, non convulsa. Vi è un’altra esortazione, poco più avanti: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). È come se le Scritture dicessero che la nostra vita conosce molti inverni. La fatica, la stanchezza o la preoccupazione ci fanno vivere male, oppressi. Così lo sgomento dell’ingiustizia presente nel mondo, di una vita che non pare più vita. Ma Dio si affaccia su questo mondo, la vita irrompe nella nostra storia, può essere riparata la paura, la promessa ci ha raggiunto una volta per sempre. Non si ritira l’amore di Dio: è questo che tiene insieme il mondo. Non siamo autorizzati a nessuna passività, a nessun immobilismo, in attesa che tutto capiti. C’è un’attesa come quella dell’inverno, operosa per noi di opere di giustizia. La vita è questo servire la vita che ci è data; con il nostro agire facciamo accadere la promessa. Come in primavera la vita rinasce piccola, un poco alla volta nel tempo, un rinascere che si deve scoprire, cercare attorno a noi, nei nostri paesi. Rinasce nella pazienza dei rapporti che riparano l’ingiustizia, nella resistenza tranquilla e imperterrita di chi sa che tutto dobbiamo fare ma tutto è, come dire, garantito. La vita è servizio alla vita che ha una sua autonoma energia di affermazione. Non c’è niente di facile oggi, ma questo seguire la vita, la primavera, e accompagnarla è una gioia che ci viene offerta. Lasciare essere la vita. Accompagnarla. Affidarla. Leggerezza. Il Regno di Dio è qui, è la buona novella. La primavera è qui. La vita è qui. d.Pietro

Tessitura su telaio

DIO TESSITORE DI UMANITA’ «Tessere la pace». Un’espressione più bella rispetto a «costruire la pace». Il Salmo 139 al versetto 13 dice: «Mi hai intessuto nel seno di mia madre». È Dio che fa questo mestiere “da donne” e lo fa nell’atto della creazione, nell’atto di dare la vita a ciascuno. Proprio me, ha intessuto: io sono il frutto del Suo lavoro di tessitura. Oggi non sappiamo più dove e come avviene la tessitura: la fanno le macchine. Oggi tessere a mano è diventato carattere distintivo di creazioni (la moda le chiama proprio così) di qualità. “Tessuto a mano” significa prezioso, unico, addirittura pensato e ideato da qualche artista o tramandato, eredità custodita dentro la famiglia. Tessere è un’arte. Viene tramandata e non la si impara da soli. Bisogna trovare un maestro o una maestra, generosi, disposti a condividere il segreto di gesti unici in una relazione generativa. Consiste nel tenere insieme tanti fili e nel portarli a costruire una trama, qualcosa di nuovo, del tutto nuovo. Chiede la pazienza dell’attesa. Non c’è stoffa o tappeto che siano pronti in un click. Portano in sé la sapienza della tradizione e si aprono al futuro. Tessere mi fa pensare alla famiglia, alle relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno. Anzitutto tra i coniugi: mai scontate, da approfondire anzitutto nel dialogo sincero e profondo. Poi tra genitori e figli in quella trama di indicazioni educative che tendono a valorizzare l’altro/a, a volere la sua crescita come uomo/donna. Ma anche tra figli e genitori in un crescendo di consapevolezza e condivisione di responsabilità. Il 27 ottobre 2025, papa Leone XIV ha firmato la Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, testo che si inserisce nella linea di quel patto educativo globale già lanciato da papa Francesco per «ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione». Così scrive: «Tra le stelle che orientano il cammino c’è il Patto Educativo Globale. Con gratitudine raccolgo questa eredità profetica affidataci da Papa Francesco. È un invito a fare alleanza e rete per educare alla fraternità universale. I suoi sette percorsi restano la nostra base: porre al centro la persona; ascoltare bambini e giovani; promuovere la dignità e la piena partecipazione delle donne; riconoscere la famiglia come prima educatrice; aprirsi all’accoglienza e all’inclusione; rinnovare l’economia e la politica al servizio dell’uomo; custodire la casa comune» (10.1). «L’educazione è una delle espressioni più alte della carità cristiana» (Dilexi te), da cui non si può prescindere. L’educazione abbia nel suo Dna una vocazione alla «coralità», perché «nessuno educa da solo. La comunità educante è un “noi” dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo “noi” impedisce che l’acqua ristagni nella palude del “si è sempre fatto così” e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare». Tessere… d.Pietro

Tre fratelli insieme

ESSERE o DIVENTARE FRATELLI ? È «la fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali». Questo hanno scritto papa Francesco e il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comuni. Non c’è niente di facile e di scontato nell’essere fratelli. Non ci si sceglie, come tutte le relazioni della vita. Da Caino e Abele in poi la storia - anche biblica - ce lo ricorda. Gli amici si scelgono, si possono lasciare, ci si può allontanare. I fratelli ci sono e se le cose non vanno bene non si può rinnegare la fratellanza: ci si può ignorare, ma si resta fratelli e sorelle. La storia e la letteratura ci raccontano come sia devastante non imparare a vivere in serenità tra fratelli; le guerre fratricide sono quelle più sanguinose. L’esperienza dell’essere fratelli è in qualche modo “fondativa” del nostro essere persone. Quando arriva un fratellino o una sorellina in una famiglia si impara che l’abbraccio si allarga, l’amore non si divide né si assottiglia. L’amore non è un possesso: è dato, non accaparrato o carpito. L’esser fratelli dà la fondamentale esperienza del limite: non tutto il tempo dei genitori è per me, anzi, il fratellino o la sorellina più piccolo/a chiede quasi tutta l’attenzione per settimane, mesi, anni. Si sperimenta anche che c’è una mano da tenere e si può essere grandi e responsabili per qualcuno. Si impara che i litigi possono non essere per sempre, che i giocattoli vanno chiesti e non arraffati, che gli spazi vanno condivisi e che insieme è bello anche se non è sempre semplice. E si impara che non siamo Dio, che anche i genitori non sono Dio, perché nel dividersi tra i figli a volte fanno bene e intuiscono chi ha più bisogno e chi meno, altre volte sbagliano proprio alla grande, tradendo un bisogno. Allora si impara che sbagliare è di tutti, l’importante è non farlo troppo; più importante è riconoscerlo e ripartire. Un mondo di figli unici come il nostro ha bisogno che gli venga ricordato che è necessario coltivare esperienze di fratellanza e che né da figli, né da studenti, né da coniugi, né da uomini/donne impegnati in società o in politica possiamo cedere alla tentazione di sentirci Dio. d.Pietro

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LA SPERANZA E’ LA RISONANZA DEL BENE Papa Leone ha chiuso l’anno del Giubileo. Ma abbiamo davvero accolto l’invito a fare della speranza il senso del nostro procedere? Riporto alcune considerazioni di Paolo Foglizzo e Mauro Magatti. C’è confusione attorno alla speranza. Il linguaggio di tutti sembra averla ridotta a un generico auspicio che le cose vadano per il verso giusto, in virtù di una qualche forma di buona sorte. Sperare è invece esperienza umana che permette di attraversare tempi di oscurità continuando a camminare verso un futuro di maggiore pienezza, anche quando non è garantito di poterlo raggiungere, liberandoci dal blocco generato dalla paura. Il male può attrarre, sedurre, affascinare... a volte si presenta sotto mentite spoglie, ma la risonanza del bene è più nitida. La speranza è un riflesso di questa risonanza. Il bene è capace di attraversare anche ciò che è inospitale all’umano. La bellezza ci attira e ci apre una via. Il bene è più forte del male e la vita è più forte della morte. Si tratta di una sapienza della vita, di un “sapore dell’esistenza” che va oltre la logica e tocca la parte più profonda di noi. La speranza è ciò che ci rende capaci di guardare oltre la realtà visibile. È capace di immaginare ciò che ancora non esiste, di vedere quello che non c’è, di convincere che il possibile ha sempre una porta aperta verso l’impossibile. Ed è proprio questo impossibile a rivelarsi come il vero spazio della vita. Pensiamo a un bambino che impara a camminare. È incerto, traballante, ma dentro di sé ha un istinto profondo, una memoria biologica che lo spinge a provare. È incoraggiato dal vedere gli adulti che ama – i genitori, i nonni – camminare con sicurezza. Si alza in piedi pieno di speranza di essere come loro. Lo sa e insieme non lo sa, e così si lancia verso ciò che non conosce. Ogni suo passo è un atto di affidamento a quel futuro che spera: solleva la gamba, si regge in equilibrio sull’altra e butta il piede in avanti nel vuoto, sperando di trovare una superficie solida su cui appoggiarsi. Non sa se quella iniziativa andrà a finire bene, ma agisce come se lo sapesse. Proprio per questo riesce a far accadere, ancora una volta, il miracolo del camminare. Questi anni sono segnati dal crollo della speranza, una stagione in cui prevalgono la rabbia, l’odio, la disperazione. L’ossessione contemporanea per la sicurezza spegne la speranza, riducendo la vita a sopravvivenza biologica individuale. Cercare sicurezza è rincorrere il mito del “rischio zero”. Ma senza rischiare non si vive e senza speranza non si rischia. Solo chi spera può rischiare, guardare in faccia la morte per amore della vita. L’indebolimento della trascendenza, religiosa e politica, consegna il nostro futuro alla sola innovazione tecnologica, che alla fine sequestra l’idea stessa di speranza. In questo senso, possiamo ben dire che viviamo in un tempo “diabolico”, in cui la promessa dell’autorealizzazione individuale ci condanna a non credere più a nulla. La speranza è una promessa: si può respirare con la fiducia di una pienezza che ci aspetta. Si chiama salvezza ed è ben diversa dalla sicurezza. La speranza è una visione, cioè un desiderio. Vanno immaginati nuovi modi di esprimere e dare forma alla spinta dell’essere umano a trascendersi, centrati sulla nostra capacità creativa e sulla nostra responsabilità nei confronti delle relazioni che allacciamo con il mondo. Si tratta di un desiderio generativo, capace di rinnovare le forme organizzative, istituzionali, culturali. La speranza è una virtù, non un generico afflato emotivo. Per questo, esige il coraggio e la capacità di resistere e di combattere contro le difficoltà. La via della speranza è irta di sfide. Cambiare lo stato di fatto, lottare contro le ingiustizie, abbattere i muri sono tutti movimenti complessi che fioriscono solo grazie ad essa. La speranza, infine, è una costruzione. Non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle. Non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper fare, un saper vivere, un saper pensare, insieme alla capacità di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Chi si muove sulla spinta della speranza, sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa, ma nel processo cui si dà inizio, e nel cammino che, camminando, si apre. Sostenuti dalla speranza, apriamo i nostri orizzonti. d. Pietro

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LA PACE SIA CON TUTTI VOI Verso una pace disarmata e disarmante MESSAGGIO PER LA 59^ GIORNATA MONDIALE DELLA PACE È una pace «umile e perseverante» quella che papa Leone implora per questo mondo in cui per raggiungere la stessa pace si fa la guerra; in cui «si arriva a considerare una colpa» il fatto che non ci si prepari abbastanza «a reagire agli attacchi» e «a rispondere alle violenze», è una logica «contrappositiva» che va «molto al di là del principio di legittima difesa». Un mondo in cui le spese militari sono aumentate del 9,4%; in cui il rapporto tra i popoli è basato su paura e dominio; in cui si benedice il nazionalismo e si giustifica «religiosamente la violenza e la lotta armata». Un’analisi cruda nel suo realismo, ma al contempo confortante per la speranza che la permea. Leone esorta i credenti a vigilare «sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». Chiede di «coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture». Mediante «una creatività pastorale attenta e generativa», occorre «mostrare che la pace non è un’utopia». «Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica» «È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». Non bisogna dimenticare l’importanza del dialogo, che significa non distruggere i «ponti» e non insistere «col registro del rimprovero», ma piuttosto privilegiare «la via dell’ascolto» e, per quanto possibile, «dell’incontro con le ragioni altrui». Sant’Agostino afferma che «Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”»: «La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”». Il Papa rivolge infine un pensiero agli operatori e alle operatrici di pace: «Apriamoci alla pace!». «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata». I cristiani «memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici», si facciano «profeticamente testimoni» della pace di Cristo risorto che «è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali». Invita a «unire gli sforzi» e «avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse». d.Pietro

stella

ANDIAMO FINO A BETLEMME Andiamo fino a Betlem, come i pastori. L'importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest'anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle. E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza. Tonino Bello

Parole di Speranza Evangelica

«MA ESSA NON CADDE» I segni di una crisi sono dentro la società: per affrontarli bisogna chiamarli per nome. Fedele ad Ambrogio, il vescovo Mario ha parlato chiaro nel discorso alla Città (06/12), magari infastidendo qualcuno. Ambrogio non era un tipo accomodante e, nel tempo in cui si facevano nitidi i segnali di crisi dell’Impero romano, non esitò ad appellarsi alle “virtù dei suoi cittadini”. Così il suo successore ha usato immagini potenti: «L’impressione del crollo imminente di una civiltà, della rovina disastrosa di una città» che evocano l’evangelica casa minacciata da ogni sorta di insidia. Ma «veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato»? Questi i “segnali allarmanti”: anzitutto «la generazione adulta» che «non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti» inducendo così «panico, rabbia, fuga, violenza, solitudine», perché «la mancanza di speranza e di motivazioni genera sfiducia e smarrimento», persino «paura della vita». Così la piaga di giovani che «si isolano, si arrendono», con «genitori, insegnanti, educatori che sono angosciati per la loro impotenza di fronte a giovani che non si sa come aiutare». Non meno reale è il dato di «chi cerca casa in città» e «si vede chiudere le porte in faccia» da una metropoli che sembra «non voglia cittadini». Poi «le crepe preoccupanti del sistema sanitario», la «situazione delle carceri» e il «capitalismo malato» che rende la città «appetibile per chi ha molto denaro da investire» (o «da riciclare») spargendo il virus dell’«indifferenza», della «paura» e dell’«avidità», col diffondersi di una «ricchezza disonesta» che «deruba i poveri della loro dignità». Da questa analisi che chiama per nome le «crepe che minacciano la stabilità della casa comune» nasce una parola credibile di fiducia: l’invito è a «farsi avanti» per prendersi la propria parte di responsabilità nella costruzione del futuro e non essere complici di una parte del «crollo». Sposi e pubblici amministratori, educatori e professionisti, imprenditori, politici, giovani. E gente comune che riconosce che «occorre partire da sé, prima che dagli altri. Ogni giorno cerco di fare il mio dovere, in casa, sul lavoro, nella società. Provo fastidio quando respiro quel clima deprimente che prende la parola per lamentarsi, per accusare, per screditare persone e istituzioni. Cerco di fare il mio dovere di cittadino, onesto sul lavoro, affidabile in famiglia. Sento responsabilità per il mondo in cui abito. Sono convinto che la città è sicura, il paese è sicuro se i cittadini comuni come me l’abitano con senso di responsabilità senza chiudersi in un privato rassicurante e indifferente a quello che si muove intorno… Pago le tasse e so che quello che è dovuto è necessario per una città e un paese ben organizzati, per rendere accessibili a tutti i servizi necessari. Per questo sono sdegnato per gli sperperi del denaro pubblico e la corruzione». La casa non cadde – conclude Delpini – perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile... Ci siete voi, e io vi ringrazio». d.Pietro

Natività , la meta delle 6 settimane di Avvento secondo il Rito Ambrosiano

GESU’ E’ IL VERO DONO Arriva il tempo delle feste e sempre più la spiritualità del Natale è “sostituita” da luci, un’atmosfera ovattata, ma soprattutto di regali. Troppi. Un Natale consumistico. Specialmente in Europa è in atto una specie di “snaturamento” del Natale: in nome di un falso rispetto che non è cristiano, che spesso nasconde la volontà di emarginare la fede, si elimina dalla festa ogni riferimento alla nascita di Gesù. Senza Gesù non c’è Natale; c’è un’altra festa, ma non il Natale. Se al centro c’è Lui, anche tutto il contorno - cioè le luci, i suoni, le varie tradizioni locali, compresi i cibi caratteristici - tutto concorre a creare l’atmosfera della festa. Se togliamo Lui, la luce si spegne e tutto diventa finto, apparente. Ancora oggi assistiamo al fatto che spesso l’umanità preferisce il buio perché sa che la luce svelerebbe tutte quelle azioni e quei pensieri che farebbero arrossire o rimordere la coscienza. Così si preferisce rimanere nel buio e non sconvolgere le proprie abitudini sbagliate. Gesù è “il dono di Dio per noi” e, se lo accogliamo, anche noi possiamo “essere dono di Dio per gli altri”, prima di tutto per coloro che non hanno mai sperimentato attenzione e tenerezza, i piccoli e gli esclusi. Chiediamoci: cosa significa “accogliere il dono di Dio che è Gesù”, cioè diventare quotidianamente “un dono gratuito per coloro che si incontrano sulla propria strada”? Per questo a Natale si scambiano i doni. Il vero dono per noi è Gesù e così vogliamo essere dono per gli altri. I doni sono un “segno” dell’atteggiamento insegnatoci da Gesù che, inviato dal Padre è stato dono per noi. Un tempo il periodo natalizio era l’unico in cui si aspettava arrivasse qualcosa. Per tanti cominciava il 13 dicembre con santa Lucia, seguiva il 25 con Gesù Bambino (Babbo Natale se ne stava ancora negli Stati Uniti) e si concludeva il 6 gennaio con i Re Magi (la Befana non volava fin da noi). Oggi il mondo è cambiato. I bambini sono sommersi da regali in ogni momento dell’anno e neanche riescono ad apprezzarli. È utile soffocare i bambini con mucchi di giochi? Le ricerche su questo versante sono inequivocabili: quelli che dispongono di troppi giocattoli rischiano una sorta di spegnimento creativo, ossia una forma di interferenza nella loro stessa capacità di giocare perché, come dice anche il proverbio, «il troppo, stroppia». Viceversa, una misura più essenziale di giocattoli permette ai piccoli di sviluppare una maggior creatività, dandosi da fare per tirar fuori il molto dal poco. Se un regalo va fatto in questo periodo dell’anno sia almeno educativo, capace di sviluppare le risorse personali e faccia giocare assieme (i giochi tecnologici spingono all’individualismo a differenza dei giochi di società che, necessitando di più partecipanti, favoriscono la condivisione con fratelli e sorelle o con amici invitati a casa). Come credenti vogliamo prepararci al Natale aprendo la mente e il cuore ad accogliere la Grazia, perché Gesù viene a nascere ancora nella vita di ciascuno di noi e, attraverso di noi, continua ad essere “dono di salvezza”: “Dio non ama a parole”, ma il suo amore lo porta ad abbracciare la nostra debolezza e la nostra condizione umana per sollevarci alla dignità filiale perduta. d.Pietro

Cammino di fede, seguire la meta perseverando nella fede

CREDERE ALL’ AVVENTO Nel tempo dell’Avvento siamo disposti ad accogliere e attendere Gesù? Una domanda impegnativa e per nulla retorica che vuole mettere in moto la nostra fede e la nostra relazione con Cristo già venuto, che verrà e che vuole nascere nel cuore e nella coscienza reale di ciascuno. Credere all’Avvento significa vivere con intensità queste settimane, con l’accortezza di non ridurle a una semplice preparazione al Natale ma come un itinerario di adesione al mistero di Dio che viene a visitarci e a interpellarci perché sia accolto in noi. In questo anno santo del Giubileo si ricorda anche il 1700° anniversario del primo concilio ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, e stilò il Credo che ancora oggi recitiamo nella santa Messa domenicale. Il concilio fu convocato per risolvere la controversia nata dalla dottrina di Ario, un prete libico che negava la piena divinità di Cristo. A Nicea la posizione ariana venne condannata. Per questo il Credo recita che il Figlio è homooúsios, ovvero “della stessa sostanza” del Padre. Può sembrare una questione remota e per “addetti ai lavori” teologici ma non è così. Oggi viviamo, specie in Occidente, un tempo di post-secolarizzazione e di crescente scristianizzazione. Ci accorgiamo tutti di essere immersi in una cruenta guerra spirituale, le cui immagini e notizie non vengono trasmesse dai telegiornali ma dalla voce autorevole della Chiesa e dalla testimonianza di tanti martiri e santi della contemporaneità. Già negli anni novanta, l’allora cardinale Joseph Ratzinger parlò di un «nuovo arianesimo» e lo stesso Leone XIV, appena eletto, ha spiegato che anche oggi “non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo”, e questo “anche tra molti battezzati”, fino a parlare di “ateismo di fatto”. La domanda sulla nostra fede in Gesù ce la dobbiamo porre per capire a che punto siamo e quali passi occorre compiere per vivere la fede oggi e poterla trasmettere, nella sua bellezza e interezza, ai giovani che abbiamo accanto. Il Credo che compie 1700 anni, possa essere riscoperto come quella preghiera che ci pone in relazione personale con il Signore e nello stesso tempo in comunione con tutta la Chiesa, che insieme professa, ama e testimonia l’appartenenza a un Dio rivelato e che ha preso dimora tra noi. d. Valentino

Raggio di sole

SENTINELLE DELL’AVVENTO Essere sentinelle. Una parola bellica, forse troppo bellica per essere una buona parola, soprattutto in questi tempi. Ma c’è nella Bibbia. Al profeta Ezechiele il Signore dice: «Figlio dell’uomo, io ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele» (Ez 3,16). Il pensiero va alla terra da difendere, alla fede nell’unico Dio (oggi la chiameremmo identità religiosa) da testimoniare con energia davanti ai politeismi dei popoli circostanti, secolarizzazione, laicismo, religioni e civiltà ostili. Immagino queste sentinelle bibliche disposte lungo il confine o sui camminamenti di alte mura che ancora si ammirano nei viaggi da turisti, gli occhi fissi all’orizzonte, pronte a riconoscere il nemico, a lanciare il grido d’allarme, a chiamare a raccolta, a organizzare truppe pronte alla guerra. Eppure il Signore chiarisce in modo inequivocabile a Ezechiele il suo compito verso gli israeliti: «Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia» (Ez 3,17). Queste parole restituiscono l’immagine sorprendente e chiarissima di una conversione - nel senso etimologico ed evangelico del termine - un volgersi, girarsi, un cambiare direzione del corpo e dello sguardo. Il Signore convoca sentinelle che guardano dentro la città e portano la sua parola. Non si tratta di cercare nemici esterni o interni, ma di tenere ogni giorno il filo del rapporto con Dio, che non è scontato neppure per i credenti, perché la parola, dice subito dopo il Signore, va rivolta ai malvagi e anche ai giusti. La sentinella ha gli occhi saldi a Dio, per renderlo presente al popolo. Se leggiamo il Salmo 46 ci accorgiamo che è costruito con immagini potenti: la terra può essere sconvolta, le acque possono sollevarsi, schiumare e far tremare i monti, ma il Signore è per noi «rifugio e forza». Da sempre il Signore è qui per noi. Questo ci permette di vivere giorni difficili, anche terribili, ma mai disperati. La rocca non è quella che abbiamo costruito con le nostre mani, pietre che per quanto siano grandi possono un giorno essere abbattute, ma è la fede in un Dio che ci avvolge della sua promessa. Se abitiamo all’ombra di questa rocca, noi possiamo respirare, essere liberi dalla paura. Il nemico vero è dentro di noi, è il nostro essere egoisti, autocentrati, il nostro essere avidi, gente che arraffa. Abbiamo paura di perdere il troppo che abbiamo. Nostro bene - lo ricorda il profeta - non è aver scorto e abbattuto il nemico straniero, ateo, secolarizzato, avere alzato muri, gridato all’armi ed essere uscito vincitore. È aver teso l’orecchio alla Parola di Dio e averla annunciata: questo dice il Signore a Ezechiele. È bellissima l’immagine della biblica sentinella. In Avvento siamo chiamati ad essere sentinelle per cogliere la presenza del Signore. Buon cammino... in attesa sua Venuta nel quotidiano.

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SQUARCI DI LUCE IN TEMPI OSCURI La Chiesa in “Missione” è segno di Speranza. Ritiri spirituali mensili di don Pietro presso Casa Don Guanella – Barza d'Ispra (Va): ℡ 0332 783111 barza.reception@guanelliani.it

Tempo di Avvento, le 6 settimane secondo il Rito Ambrosiano

In AVVENTO ci aiutano ad accogliere la “visita” del Signore: - la preghiera quotidiana in casa, in famiglia - il libretto “Vieni, o Signore, la terra ti attende. Alleluia!” (in vendita in chiesa) - «Il kaire di Avvento» con il Vescovo Mario: su www.chiesadimilano.it, YouTube, Facebook dalle 7 del mattino, su Radio Marconi alle 20.20, su Telenova (canale 18 dt) da lunedì a venerdì in coda al telegiornale, ovvero verso le 19.35, al sabato e alla domenica alle 19 (in replica tutti i giorni nel corso della trasmissione «Buonanotte… in preghiera») - un impegno settimanale: Cerco nella mia storia i segni della venuta del Signore e ne faccio memoria grata - un gesto caritativo di condivisione: sarà sostenuto il progetto “Terra Santa: Speranza tra le macerie” tramite Caritas Ambrosiana. Nonostante le immense sfide umanitarie ed economiche sia a Gaza che in Cisgiordania, Caritas Gerusalemme continua a fornire assistenza sanitaria di base, sostegno psicologico e psicosociale e assistenza umanitaria di emergenza, garantendo così una presenza costante di speranza e solidarietà in tutta la Terra Santa. - Raccoglieremo anche Olio per le famiglie bisognose della CP

Comunità Pastorale San Carlo Borromeo

Parrocchie di Angera, Ranco e Taino

Piazza Parrocchiale 10

21021 Angera VA

0331 930443

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